La legge antimafia italiana ha fatto scuola in tutta Europa.

Lo afferma il procuratore di Firenze Marcello Viola ma un sistema processuale connotato da lentezze e scarsa efficienza rischia di favorire le mafie e aprire le porte al ricorso, soprattutto in alcune aree del Paese, ad inaccettabili forme di giustizia alternativa da parte della criminalità organizzata.

Firenze – Nella seconda parte dell’intervista il magistrato siciliano analizza la normativa antimafia a livello europeo. Il modello italiano è considerato efficiente e di prim’ordine. Peccato che il sistema giudiziario del Bel Paese, cosi com’è, penalizzi molto le azioni di contrasto alla criminalità organizzata e numerose di queste norme andrebbero non solo snellite ma rivedute e corrette nella loro interezza.

– La legge antimafia italiana rappresenta un modello da imitare in tutta Europa ma oggi si rischia una sorta di indebolimento di quella struttura legislativa considerata efficiente, che ne pensa?

“…La legislazione dell’Italia in materia antimafia può dirsi abbia fatto veramente scuola e sia anzi tuttora fonte di studio e ispirazione per quella europea sul fronte dell’azione di contrasto alle organizzazioni mafiose e ciò ancor di più sul piano dell’adozione di norme finalizzate al contrasto alla accumulazione di patrimoni mafiosi. Per esempio, quest’anno è entrato in vigore il regolamento UE sul riconoscimento reciproco dei provvedimenti di congelamento e confisca, fondati sulla pericolosità sociale dei soggetti destinatari, che si inserisce nella scia della legislazione italiana, e segnatamente della Legge Rognoni-La Torre del 1982

…E si pensi che è stato un percorso lungo e tormentato quello che ha condotto lentamente il Parlamento europeo verso l’idea di un’unica legislazione antimafia, anche in tema di confisca dei beni in tutta Europa e di riconoscimento del concetto di reato di associazione mafiosa, quale attestazione del carattere globale assunto dalle organizzazioni mafiose, divenute ormai delle vere e proprie multinazionali del crimine

…In realtà, non mi sembra di vedere interventi da parte del legislatore che possano costituire fonte di incombente allarme nel senso di un arretramento della lotta alle mafie. Mi preoccupa di più, semmai, il diffondersi di un atteggiamento di complessiva sottovalutazione della questione, soprattutto nel presente momento di generale e grave crisi economica, in cui sembra sempre di più prevalere l’idea di considerare la legalità un inutile intralcio alle (peraltro legittime) esigenze di ripresa del Paese. Una sorta di fastidioso ostacolo rispetto a prevalenti fini di profitto, ancorché del tutto leciti; e insieme la mancanza di uno sforzo costante e concreto per opporsi definitivamente a ogni forma di corruzione e malaffare

…In definitiva, sono preoccupato per gli scarsi risultati fin qui ottenuti in termini di formazione di una coscienza sociale e politica che sappia farsi scudo rispetto alla penetrazione all’interno del sistema economico e finanziario del Paese di soggetti legati alla criminalità organizzata, con l’immissione di capitali illeciti e con il corrispondente inquinamento mafioso dell’economia pubblica e privata. È vero, inoltre, che un sistema processuale connotato da lentezza e scarsa efficienza, qual è il nostro, rischia di favorire la criminalità organizzata e aprire le porte al ricorso, soprattutto in alcune aree del Paese, ad inaccettabili forme di “giustizia alternativa” da parte della mafia…”.


– Lei ha iniziato a fare il magistrato in Sicilia negli anni 80 ed ha conosciuto Caponnetto. Che ricordo conserva di quel periodo?

“…Ho iniziato il mio servizio a Palermo all’inizio del 1981 e ho trascorso alcuni mesi, per il prescritto tirocinio (allora si chiamava uditorato), presso l’Ufficio Istruzione del Tribunale, all’epoca diretto dal Consigliere Istruttore Rocco Chinnici. Venni affidato allo stesso Consigliere, che ebbe per primo l’intuizione della necessità di realizzare una struttura di lavoro e di collaborazione fra i giudici dell’Ufficio in materia di indagini antimafia, al fine di contenere il profilo di esposizione di ciascuno degli stessi e il connesso rischio di isolamento. L’idea del Consigliere Chinnici fu poi concretamente ripresa e attuata dal suo successore, il Consigliere Antonino Caponnetto, grazie al cui apporto nacque quello che è a tutti noto come il pool antimafia dell’Ufficio Istruzione di Palermo, di cui fecero parte, tra gli altri, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino…”.

Ebbi modo di incontrare in quegli anni il Consigliere Caponnetto e di lui mi colpirono, insieme, la sua semplicità e la sua innata autorevolezza, il suo spirito di sacrificio e la sua carica morale, oltre alla sua grande capacità di saper tutelare i giudici dell’Ufficio Istruzione. Anche dopo la sua partenza da Palermo e il successivo pensionamento, egli fu vero testimone di etica, giustizia e legalità, soprattutto verso i giovani

E mi piace ricordarlo usando le stesse parole che egli a sua volta pronunciò per ricordare Paolo Borsellino, cui era legato da un sentimento che andava oltre il mero rapporto di colleganza e del quale sottolineò la sua semplicità, perché sapeva essere uomo tra gli uomini, la sua profonda umiltà e immensa umanità e la carica d’amore che sapeva spargere intorno a sé, e l’aver messo insieme queste virtù così rare a incontrarsi: la semplicità, l’umanità, l’amore, il senso religioso del lavoro, tutte doti che oggi, purtroppo, si stanno sfrangiando e disperdendo...”.

– Una domanda del tutto personale: che rapporto ha con la paura? C’é stata qualche volta che ha avuto la meglio nei suoi anni da procuratore?

“…Le rispondo con le parole di Giovanni Falcone: «l’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa»; e con quelle di Paolo Borsellino, secondo cui «è normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti»

La paura è un sentimento umano, che non può non affiorare davanti a certe situazioni di pericolo, sovente connesse al serio svolgimento delle proprie funzioni professionali, che ti mettono di fronte alla scelta tra ciò che è giusto e ciò che è facile. Sarebbe stupido affermare il contrario, occorre saper gestire la paura come ogni altro sentimento. E mi piace a citare un noto scrittore, per il quale il coraggio senza prudenza è incoscienza, ma la prudenza senza coraggio è viltà…”.

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