Il lavoro irregolare peggio di quello nero

Le cifre sono da capogiro e verosimilmente questa tipologia di lavoratori nuoce alla collettività più di quelli in nero perché evadono il fisco, la previdenza e l’assicurazione praticando un costo del lavoro più basso e un prezzo al consumo più contenuto. Oltre alla concorrenza sleale nei confronti degli iscritti alle Camere di Commercio. Una situazione grave che la politica non intende affrontare.

Roma – Il mercato del lavoro nel nostro Paese è molto complicato, sia per come si manifesta che per la sua comprensione. E’ cosa nota che caporalato e lavoro nero vanno a braccetto, specialmente in agricoltura. Tant’è che il fenomeno ormai ha assunto dimensioni gigantesche. Le stime più attendibili parlano di un esercito di disperati pari a circa 3,3 milioni di persone per una produzione di valore aggiunto di 77,8 miliardi di euro.

Le condizioni di grave sfruttamento da parte del caporalato e della criminalità organizzata nell’agricoltura e nell’edilizia sono così diffuse che il fenomeno si è esteso in tutta Italia, con una presenza maggiore nel Meridione. Un’altra cosa sono i lavoratori irregolari che non vanno confusi con quelli totalmente in nero.

L’ufficio studi dell’Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre (CGIA), sempre puntuale nei suoi aggiornamenti, ci ha informato che sono oltre 3,2 milioni i lavoratori irregolari diffusi sul territorio nazionale e risulta essere una minoranza quelli che subiscono il giogo delle organizzazioni criminali.

Il lavoratore irregolare, almeno la gran parte, si comporta come un lavoratore autonomo e come imprenditore di sé stesso. E’ quello che compie piccoli lavori di riparazione nelle case degli italiani e di varia manutenzione: verde, elettrica, idraulica, fabbrile, edile etc. Inoltre tale tipologia di occupati presta servizi alla persona come autisti, badanti, acconciatori, estetiste, massaggiatori e simili.

Un esercito di invisibili che si muovono in maniera autonoma e non sono alle dipendenze dei caporali, né di imprenditori sfruttatori, ma attrezzati al punto giusto. Appartengono a diverse categorie: pensionati, dopo-lavoristi, inattivi, disoccupati che percepiscono il reddito di cittadinanza o persone in cassa integrazione.

La vulgata comune è stata sempre pronta a giustificarli, perché lo fanno per necessità, ovvero per arrotondare le magre entrate. Se si circoscrive il fenomeno, questo può essere anche vero e tollerabile. Ma dando un’occhiata più complessa vengono fuori tante storture.

Non sono solo le casse dello Stato a rimetterci, sia per le tasse non pagate che per contributi previdenziali non versati. Ma anche le molteplici attività del commercio, dei servizi e dell’artigianato regolarmente iscritte alla Camera di Commercio spesso vittime di concorrenza sleale.

I lavoratori irregolari evadendo il fisco, la previdenza e l’assicurazione, consentono di praticare un costo del lavoro più basso e un prezzo al consumo più contenuto. Una vera e propria piaga sociale ed economica che sul territorio mostra differenze molto marcate.

In Lombardia risultano oltre 504 mila lavoratori irregolari. Però è il territorio meno colpito, in quanto il tasso di irregolarità è di 10,4% e l’incidenza del valore aggiunto è di 3,6%, il tasso più basso rispetto al resto del Paese. Poi a seguire il Veneto, la provincia Autonoma di Bolzano ed il Friuli Venezia Giulia. Le dolenti note, come al solito, si fanno sentire man mano che scivola verso il Sud della Penisola.

La Calabria gode del triste primato negativo. Pur essendo dotato di un esercito di irregolari che ammonta a soli (si fa per dire) 135.900 irregolari, il tasso è del 22% e l’incidenza dell’economia prodotta sul totale della regione è di circa il 9,8%. Numeri leggermente inferiori, ma altrettanto negativi, mostrano la Campania e la Sicilia.

E’ chiaro che le distinzioni tra lavoro irregolare e quello in nero sono doverose. Sotto certi aspetti è più deleterio per la collettività quello irregolare: chi compie un lavoro di questo tipo inganna prima lo Stato se è beneficiario di un qualche sussidio, e poi la collettività per la concorrenza sleale. Mentre il lavoro nero viene subito in condizioni di degrado e di totale sfruttamento. In ambedue i casi siamo messi proprio male.                                                                                  

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