Con un fisco cosi non si va da nessuna parte

L’ultimo posto in classifica ce l’ha dato l’Ocse e non Topolino. Dunque occorre darsi una mossa con la riforma fiscale, con il mondo del lavoro e previdenza. Gli italiani hanno bisogno di soluzioni immediate, non si può più aspettare. Le imprese continuano a delocalizzare mentre artigiani e professionisti chiudono botteghe e studi.

Roma – Il corto circuito sociale è imminente. Per evitarlo occorre stabilire subito un equilibrio tra la necessità di abbassare le tasse ed eliminare tutti i balzelli che appesantiscono l’agenda del contribuente oltre a pianificare le entrate per lo Stato. L’aggressività fiscale, inutile nasconderlo, penalizza il libero mercato e la reale concorrenza tra le imprese, provocando mancati introiti fiscali, secondo Bruxelles, tra i 50 e i 70 miliardi di euro all’anno. Un fiume di denaro perduto.

Per misurare l’effettiva pressione fiscale delle persone fisiche basta guardare il reddito, rapportandolo semplicemente al potere di acquisto. Per esempio il reddito delle imprese in Italia ha una pressione fiscale pari al 27,81%, il doppio di quella irlandese.

La struttura del tributo sul reddito non è una questione semplicemente tecnica in quanto ha implicazioni importanti, sul piano etico e politico, oltre che sul versante economico e giuridico. Da qui, pertanto, si deve partire per affrontare la questione tributaria.

Il cuneo fiscale posiziona il Bel Paese all’ultimo posto nella classifica internazionale

La pandemia ha costretto molti Paesi ad adottare modifiche temporanee ai loro sistemi fiscali per fronteggiare la grave situazione economica. Per comprendere come la normativa fiscale impatta sul sistema economico nel suo complesso, sono stati messi a confronto tutti i sistemi fiscali dei 37 Paesi Ocse ed emerge che la competitività viene stimolata anche attraverso i bassi oneri fiscali sugli investimenti delle imprese.

Lo studio della “Tax Foundation” considera alcune variabili su cui deve basarsi l’imposizione fiscale e le racchiude in cinque categorie: imposte sulle società, imposte individuali, imposte sui consumi, imposte sulla proprietà e norme fiscali transfrontaliere. Si cerca, in sostanza, di mostrare non solo quali Paesi offrono il miglior “ambiente fiscale” per gli investimenti, ma anche per avviare e far crescere un’impresa.

Praticamente su 37 Paesi dell’area Ocse analizzati, l’Italia si trova in “ultima posizione” al trentasettesimo posto. Il gradino più alto del podio è occupato ormai da otto anni dall’Estonia, con la sua aliquota fissa al 20%, che è applicata solo al momento della distribuzione degli utili.

Ma il problema dell’Italia non sta solo nelle aliquote applicate al reddito d’impresa, ma deriva anche dal cosiddetto cuneo fiscale e da norme poco chiare e difficilmente interpretabili, così come da cambiamenti normativo-tributari troppo frequenti e da una burocrazia che contribuisce a rendere complicato, lungo e dispendioso, il processo di pagamento delle tasse.

In Italia cresce il cuneo fiscale: siamo al quinto posto nella classifica mondiale

Peraltro il rapporto fra tasse in busta paga e costo totale del lavoro è più elevato ad esempio in Francia e in Germania, rispetto al Bel Paese. Ma questo certo non è di conforto, anzi dovrebbe essere uno stimolo per raggiungere una maggiore equità sociale.

Inoltre l’Italia ha il quinto cuneo fiscale più alto nell’Ocse e questo non incoraggia il lavoro, ecco perché è importante una riforma: “…Il lavoro dipendente, in effetti, rappresenta il 57% della popolazione attiva rispetto al 67% del resto dell’Ocse per cui una riduzione permanente del cuneo fiscale sarebbe importante, soprattutto per le donne…”, hanno sottolineato i rappresentanti dell’Ocse.

Uno dei capitoli più importanti della riforma fiscale, come risulta dal disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri dello scorso 5 ottobre, riguarda la tassazione delle persone fisiche. Si punta, cioè, a ridurre ulteriormente la pressione fiscale, specie sul lavoro (il cuneo fiscale) che in Italia è molto alta e a rendere il sistema più equo.

La situazione attualmente non è più sostenibile. Poi non ci lamentiamo se un’azienda si fa due conti e va a produrre in Lussemburgo o in Bulgaria. Per i privati, invece, l’ideale sarebbe avere lo stipendio norvegese unito alla pressione fiscale bulgara o rumena. Non rimane che sognare. 

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