Fare impresa nel Bel Paese è impossibile

I costi fiscali e amministrativi troppo alti, la burocrazia che strozza più dei cravattari rende quasi impossibile aprire una ditta specie per chi è alle prime armi. Poi ci sono le concessioni, le autorizzazioni, le licenze, i permessi e cosi via che rendono impossibile la vita ai neoimprenditori. E non c’è nessuna garanzia in caso di crisi o di pandemie. Migliaia di persone non hanno ricevuto ancora un euro e hanno chiuso bottega ormai da due anni.

Qualche decennio fa, precisamente nel 2007, balzava agli onori della cronaca un divertente quanto veritiero pamphlet dall’eloquente titolo: “Volevo solo vendere la pizza. Le disavventure di un piccolo imprenditore“, del giornalista pavese Luigi Furini. E’ la storia dello stesso autore che decide di diventare imprenditore.

Inizia a seguire corsi di primo soccorso, quello antincendio, quello sulla prevenzione degli infortuni. E poi c’è l’Asl con tutti i regolamenti sull’igiene e l’obbligo di installare e numerare le trappole per topi. C’è persino il decalogo per come e quando lavarsi le mani, che in tempi di Covid non è da disprezzare.

Per portare a termine l’impresa di aprire un piccolo negozio di pizza d’asporto deve comprare centinaia di marche da bollo, compilare e versare una montagna di bollettini postali. Impiega sei mesi per aprire l’attività ed investe 100mila euro. Ma non è finita qui: inizia ad avere problemi con lavoratori e sindacati. Morale della favola, dopo appena due anni, è costretto a chiudere bottega.

Da allora ad oggi non è cambiato granché: una mole gigantesca di pratiche, adempimenti, richieste di permessi, diritti camerali e chi ne ha più ne metta. Il tutto con costi esorbitanti che finiscono per scoraggiare chi abbia il desiderio di aprire un’attività imprenditoriale.

A quest’andazzo si aggiunge il retaggio di un passato di sfiducia e diffidenza verso i nuovi progetti d’impresa, con la tendenza a puntare sullo status quo piuttosto che correre il rischio della novità. E’ una situazione unica nel contesto europeo. Tant’è vero che dopo essere giunti primi agli Europei di calcio per nazionali, abbiamo raggiunto anche il primato in questa speciale classifica degli Stati dove è più oneroso e complicato avviare un’azienda.

A riferircelo è uno studio: Doing Business Report a cura del World Bank Group, l’istituzione nota come Banca Mondiale che accorpa la Banca internazionale per la ricostruzione e l’Agenzia internazionale dello sviluppo. Lo scopo di quest’ultimi è l’indagare sulla povertà e l’instabilità economica tra i Paesi del mondo. Dalla ricerca emerge il forte squilibrio tra i vari Paesi europei, con forti differenze di costi e procedure per chi volesse avviare progetti di business.

Uno dei costi principali resta il prezzo della burocrazia in fase di avvio. In media in Italia tra registrazione, ottenimento delle concessioni e saldo delle prime imposte, si spendono circa 1.058 euro per una società a responsabilità limitata. Ad esempio in Francia le attività di servizi intellettuali hanno una registrazione gratuita, le commerciali 100 euro, mentre le artigianali 280 euro. Addirittura chi investe in ricerca, sviluppo e innovazione usufruisce di esenzioni dalle tasse e dai contributi previdenziali.

Aprire una start up in Italia è un ginepraio di burocrazia

Un altro fattore decisivo è il poco appeal che possiede il “nuovo“, visto come un azzardo con poche certezze e margini di perdita. Nel 2020 i finanziamenti nel nostro Paese per le start-up sono stati di 430 milioni di euro. Una cifra irrisoria se confrontata con quella investita in Germania, pari a 6,4 miliardi di euro all’anno. Se l’Italia risulta prima in questa speciale classifica, c’è da registrare l’ultimo posto della Slovenia, un caso unico, dove lo Stato garantisce la massima copertura economica agli esordienti.

Non sarebbe il caso che anche l’Italia si desse una mossa? Già, noi siamo impelagati col Green pass, con le manifestazioni di chi è contro e con rigurgiti squadristici delle ultime settimane. Mentre la politica nazionale, reduce dalle elezioni amministrative, con l’astensionismo alle stelle, è ora proiettata alle prossime elezioni del Presidente della Repubblica. Questi sì che sono priorità del Paese, le nuove imprese possono pure aspettare. Tanto la pancia di lor signori è bella che sazia.              

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