Il caporalato, una piaga in offerta speciale

Tutti ne parlano e dicono di combatterlo ma, alla fine, il lavoro nero conviene a numerosi imprenditori. La manodopera a basso costo è gestita dai caporali, contigui alla criminalità organizzata. I disperati che lavorano nei campi sono costretti a turni massacranti per pochi spiccioli mentre intermediari e imprenditori senza scrupoli si fregano le mani. La triste storia si ripete.

Foggia – Il caporalato in Italia è una piaga sociale che infetta l’economia legale specie nel Meridione dove il fenomeno deviante è più marcato. I controlli scarseggiano e gli imprenditori finiscono col preferire la manodopera a basso costo afflitti come sono dalla pressione fiscale e previdenziale ma anche dalle offerte ”irrinunciabili” della criminalità organizzata che ha in mano il mercato del lavoro nero.

Lavoro nero e manodopera a basso costo convengono a molti imprenditori

Ad aggravare una situazione già pesantissima, specie in Puglia, la recente operazione di polizia denominata “Terre Rosse” condotta dai carabinieri del nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Manfredonia e dai colleghi del nucleo Ispettorato del Lavoro di Foggia, coordinata dalla Procura della Repubblica del capoluogo dauno.

L’inchiesta ha coinvolto anche Rosalba Livrerio Bisceglia, moglie del prefetto Michele Di Bari, sino al 10 dicembre scorso capo dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione al ministero dell’Interno, poi dimessosi dall’incarico per i noti fatti giudiziari che riguardano la consorte.

Nelle carte dell’inchiesta a firma del Gip Margherita Grippo, la posizione dell’imprenditrice di Manfredonia, Rosalba Livrerio Bisceglia, titolare di una delle nove aziende agricole sottoposte a controllo giudiziario sarebbe associata alla figura di Bakary Saidy, gambiano di 33 anni, presunto caporale, finito in galera assieme ad un complice, il senegalese Khalifa Baio di 32 anni.

Rosalba Livrerio Bisceglia e il marito Michele Di Bari

Bakary Saidy, Rosalba Livrerio Bisceglia e Matteo Bisceglia, quest’ultimo gestore degli operai nell’azienda agricola Bisceglia S.S. amministrata, con altre due donne, dalla moglie del prefetto Di Bari, sono indagati in concorso fra di loro assieme ad altre 8 persone.

Secondo il Gip Grippo il “caporale” Saidy, recluso in carcere, avrebbe avuto il ruolo di intermediatore illecito e reclutatore, trasportatore e controllore della forza lavoro. Matteo Bisceglia quale gestore dell’impresa e Livrerio Bisceglia che assumeva o, comunque, utilizzava o impiegava manodopera costituita da decine di lavoratori di varie etnie, allo scopo di destinarla alla coltivazione di terreni agricoli di proprietà, o comunque nella sua disponibilità, sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento desumibili anche dalle condizioni di lavoro riguardanti la retribuzione, norme igieniche, di sicurezza, di salubrità del luogo di lavoro, approfittando del loro stato di bisogno derivante dalle condizioni di vita precarie e dalla circostanza che essi dimorano in abitazioni fatiscenti presso l‘ex pista di Borgo Mezzanone.

Negli atti dell’inchiesta si legge che, in buona sostanza, Saidy reclutava e portava nei campi i braccianti a seguito della richiesta di manodopera da parte di Livrerio Bisceglia che avveniva tramite cellulare. La donna avrebbe comunicato quanti lavoratori erano necessari e che gli stessi sarebbero stati controllati e gestiti da Matteo Bisceglia che poi li avrebbe assunti grazie ai documenti forniti dal Saidy.

Quest’ultimo riceveva i compensi da Livrerio Bisceglia, facendosi pagare da ogni bracciante l’importo di 5 euro per l’attività di intermediazione. L’impiego della manodopera sarebbe avvenuto in violazione dei contratti collettivi nazionali e locali stipulati dalle organizzazioni sindacali e, comunque, in maniera gravemente sproporzionata rispetto alla qualità e quantità del lavoro prestato, in quanto i lavoratori venivano retribuiti con somme di denaro che variavano dai 5,70 euro all’ora a poco più, a fronte di una giornata lavorativa di circa 8 ore.

Matteo Salvini con il prefetto Michele Di Bari

Lo stesso pagamento avveniva conteggiando anche il numero di cassoni raccolti. Insomma un’organizzazione ben rodata che nel tempo ha permesso di lucrare illecitamente grosse somme di denaro:

”…Io ho un’azienda di ortaggi e cerealicola, non ho bisogno di manodopera straniera – dice Rosalba Livrerio Bisceglia a sua discolpa – non ho cose che si tagliano con le mani all’infuori di un piccolo vigneto dove si raccoglie l’uva. Per l’uva 2020, il giorno prima che si iniziasse, ho richiesto i documenti a una persona che conoscevo per tagliare l’uva… Mi avevano passato questo numero, questo aveva persone per raccoglierle. Le ho assunte regolarmente…Sicuramente è stata una superficialità…”.

Il prefetto Di Bari, il cardinale Pietro Parolin e Papa Francesco

Una superficialità che potrebbe costarle cara. Intanto il prefetto Di Bari si è dimesso anche dal Cda della fondazione “Casa Sollievo della Sofferenza” rimettendo il mandato nelle mani del segretario di Stato di Sua Santità Papa Francesco, cardinale Pietro Parolin, che ha accettato con riserva la decisione del funzionario inguaiato dalla moglie.

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