Un microchip per guarire il Male oscuro

La Medicina moderna sta facendo passi da gigante specie nel settore dell’alta tecnologia. L’ultima dagli Stati Uniti riguarda un microprocessore che, una volta allocato in una parte ben precisa dell’encefalo, è in grado di stimolare le fibre nervose a tal punto da farci guarire dalla depressione. La fantascienza che diventa realtà.

Ormai le novità nel campo della medicina sono all’ordine del giorno. Alcune di esse si stenta a prenderle sul serio, tanto appaiono avveniristiche. Ed invece sono presenti nella realtà, anche se sembrano uscite dai romanzi di Isaac Asimov, uno dei più importanti autori di fantascienza e ideatore delle tre leggi della robotica, fondamentali per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Isaac Asimov

Per la cronaca le tre leggi sono: la Prima Legge, la necessità di sicurezza; la Seconda Legge, servizio; la Terza Legge, autoconservazione. Orbene è stato pubblicato su Nature Medicine, una prestigiosa rivista medica internazionale, il primo studio sulla stimolazione cerebrale personalizzata: inserendo un particolare microchip nel cervello dei pazienti, si potrebbe trattare con successo alcuni casi di grave depressione.

La prima ad essersi sottoposta all’esperimento è stata una donna di 38 anni con una grave forma del cosiddetto “male oscuro” e che non dava più risposte alle cure. L’esperimento è stato realizzato dai ricercatori dell’Università della California, a San Francisco. Nel cervello della paziente è stato impiantato un microchip a batterie, molto simile ad una sorta di pacemaker del cervello.

Questo strumento è capace di riconoscere i livelli più alti dei sintomi depressivi e di lanciare impulsi elettrici in grado di controllare i meccanismi che causano stati depressivi. A 12 giorni dall’avvio dell’esperimento, la paziente – a cui viene garantito l’anonimato per ovvie ragioni di privacy – ha mostrato già una compiuta risoluzione della malattia e ha dichiarato al New York Times: “…Il macchinario ha tenuto a bada la mia malattia, offrendomi la possibilità di ricostruirmi la vita…”.

E’ la prima volta, con annessa documentazione, che viene utilizzata la stimolazione profonda del cervello capace di dare buoni risultati per la cura della depressione. In passato questa tecnica è stata utilizzata per il morbo di Parkinson, ma ancora non è stata autorizzata come pratica corrente in medicina, in quanto i risultati non sono stati consideranti probanti.

Questo nuovo esperimento potrebbe essere l’inizio di una nuova generazione di studi, in modo da avere a disposizione un numero consistente di casi cosi da meritare l’autorizzazione scientifica. Secondo i ricercatori la stimolazione cerebrale non aveva dato i risultati sperati perché non si era riusciti a personalizzare le terapie. Questo perché il malessere di un paziente può essere differente da quello di un altro.

I microchip, pertanto, sono stati inseriti in due distinte regioni del cervello della paziente, dopo che la sua attività cerebrale aveva subito un attento processo di mappatura. In dettaglio nella fase preliminare i ricercatori hanno posizionato i due processori in due particolari sedi del cervello, ovvero quelle coinvolte con l’origine depressiva della donna.

Un nano-chip potentissimo e velocissimo: non è fantascienza ma realtà.

Il primo è stato messo nello striato ventrale, coinvolto nelle emozioni e nel processo di ricompensa. L’altro è stato collocato nei pressi dell’amigdala, ovvero nel lobo temporale del cervello che gestisce le emozioni e, soprattutto, la paura. Un chip è stato capace di neutralizzare gli stimoli nervosi che portavano alla depressione. L’altro chip è riuscito, invece, a prevedere la quantità dei sintomi più presenti.

Indubbiamente siamo di fronte a qualcosa che abbiamo, finora, visto solo nei film o nei cartoni animati. Inoltre qualunque novità provenga dalle ricerche biomediche, che offrono nuove e proficue possibilità di cure per disturbi gravi come la depressione, sono da apprezzare incoraggiando ulteriori studi. Una postilla finale: a quando un microchip contro l’idiozia dilagante? E’ pretendere troppo?                                            

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