TASSE E BALZELLI: STORIE VERE DI ORDINARIA FOLLIA

Artigiani e autonomi al collasso. Chiudono molte più partite Iva di quante non se ne registrino di nuove

Qualche anno fa un mio amico aveva acquistato un piccolo ufficio nella provincia di Roma, come alternativa alla grande confusione della capitale. Mi raccontò che, dopo molti restauri e lavori interni, aveva deciso di rifare il portone d’ingresso, essendo l’ufficetto su strada e il portone esistente molto vecchio e mal ridotto. Circa un anno fa aveva conosciuto un falegname del posto, una brava persona che, chiamata per riaggiustare una scrivania, non gli aveva chiesto un euro per la riparazione. Per questo aveva deciso di affidare a lui la costruzione del nuovo portone.

Pagato l’anticipo a maggio del 2019, aveva atteso il portone finito, ma a giugno ancora non si vedeva nulla. Non avendo fretta, il mio amico aveva atteso luglio, agosto e settembre, ma del falegname non si aveva più notizia. Al telefono non rispondeva, non richiamava, ai messaggi non replicava, non si sapeva più nulla. Il falegname restò irreperibile per ottobre, novembre e dicembre, salvo qualche raro messaggio in cui pregava di attendere. Dopo gennaio 2020, il mio amico decise di aver aspettato troppo, nove mesi per un portone erano veramente tanti, e poi se per ogni cosa uno dovesse attendere un anno, non basterebbe una vita per avviare una qualsiasi attività. Finalmente a febbraio si fece vivo il falegname, convocò il mio amico e spiegò di aver avuto una disavventura. La Guardia di Finanza lo aveva visitato nel suo laboratorio e gli aveva richiesto pagamenti di tasse, sanzioni, multe e altro per 70 mila euro.

Da quel momento il falegname aveva dovuto risolvere questo problema e aveva preso alcuni provvedimenti che riguardavano la sua attività. Intanto, aveva chiuso il laboratorio, e in questo modo risparmiava 1000 euro al mese di affitto. Poi si era cancellato dalla Camera di commercio, e in tal modo aveva risparmiato circa 5000 euro l’anno di contributi e tasse varie, pur rimanendo in tal modo senza pensione. Poi aveva chiuso la partita IVA, e in tal modo risparmiava il 22% da pagare su ogni incasso. Quindi aveva iniziato a lavorare in nero per altri, che collaboravano a loro volta con delle grosse ditte, e in tal modo evitava di pagare l’Irpef, con risparmio del 20% circa. Infine, essendo così diventato nullatenente, aveva utilizzato la “rottamazione delle cartelle” e aveva ridotto il debito a 25000 euro. Diventato nullatenente, avrebbe chiesto il reddito di cittadinanza per pagare il debito fiscale.Altrimenti, se non faccio così, cosa posso dare da mangiare ai miei figli?” affermava affranto il bravo falegname. “Perciò” diceva al mio amico, “se vuole il portone, lo posso fare in nero, altrimenti se vuole la fattura, si deve trovare qualcun altro”.

Questa situazione è la stessa, o simile, a quelle che ho visto e sentito da tutti gli artigiani che ho conosciuto, da circa trent’anni a questa parte. L’imposizione fiscale è divenuta insostenibile per queste categorie di artigiani, i quali spesso sono nati nel laboratorio del padre e non conoscono altre realtà. Sanno fare bene il loro mestiere, ma il mercato va in altra direzione, che è quella dei grandi magazzini, senza far nomi per carità, che tutti conosciamo. In tal modo si compra a poco prezzo, ma la qualità è bassa, e la grande distribuzione fa affari d’oro vendendo prodotti a basso costo, ma senza alcun pregio.

L’artigiano invece conosce i materiali, conosce le regole di manutenzione, sa che quel materiale è durevole e non si rompe dopo tre mesi, per cui non lo consiglia. Ad esempio, le porte di casa, quelle fatte in serie, sono di materiale molto simile al cartone pressato, mentre è noto che la porta deve essere in legno, perché il cartone pressato, se prende acqua, si gonfia e si deve buttare via tutto. A parte le questioni tecniche, un falegname che si conosce da anni fa comodo, sa consigliare, fabbrica e vende i mobili su misura, insomma ha un valore che il grande magazzino non può avere. In questi grandi negozi, infatti, quando si chiede un prodotto, poi si è lasciati soli, raramente si ricevono consigli, e i consigli non si sa mai quanto siano spassionati.

Ormai, è un miracolo se si trova un idraulico, un falegname, un fabbro: sono tutti mestieri scomparsi o in via di estinzione. Eppure quanto era preziosa l’esperienza che i giovani facevano presso l’artigiano, erano giovani tolti dalla strada, che imparavano un mestiere e che infine si inserivano in un settore dopo un lungo apprendistato. Ora la gavetta non si fa più, non si può neppure fare, perché non si trova un artigiano disposto ad assumere, con ogni onere di legge.

A livello politico non si vuol prendere atto che l’artigiano è una figura preziosa, non grava sul bilancio dello Stato, svolge una forma di arte, ha una buona formazione culturale perché affronta molti argomenti, non solo tecnici. Non ci scordiamo che tutti i nostri pittori, scultori, gli atelier della moda, nacquero nei laboratori, dove si lavorava intensamente e da questo lavoro è nata poi l’arte. Così fu per Giotto, che lavorava da Cimabue, e per tutti gli artisti del Medioevo e Rinascimento. Sono svanite pertanto, le condizioni necessarie per creare l’arte, che ora è possibile vedere solo nei musei, a pagamento, mentre prima era a portata di mano nelle chiese, nelle città, nei monumenti.

Gli artigiani facevano parte del tessuto urbano: quando io ero ragazzino in ogni strada c’era una bottega e nel quartiere c’erano tanti falegnami, fabbri, idraulici. Ora sono scomparsi e nelle nostre città vediamo solo pizzerie, ristoranti e Bed and Breakfast. La politica non riesce a prendere atto del valore di queste figure artigianali, e non vuole considerare che sono in via di estinzione, se non già estinte, e che invece andrebbero protette.

Vanno ridotte le tasse a carico dell’artigiano, che non può pagare somme insostenibili. Basterebbe far pagare loro un 10% fisso di tasse, senza altri oneri che si moltiplicano, come adesso, e tutti questi lavoratori tornerebbero nelle loro botteghe. E lo Stato incasserebbe nuove tasse. Va superato poi il concetto “fiscale” del lavoro. Sembra che per la Finanza sia più facile controllare un grande magazzino piuttosto che cento artigiani di piccole dimensioni. È vero, ma quei cento danno lavoro ad altri mille, mentre la grande distribuzione tende a risparmiare proprio sui lavoratori, per cui non crea lavoro né forse ha interesse a insegnare un mestiere ai propri dipendenti.

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Tempo fa mi si ruppe una maniglia della porta finestra, e poiché era una maniglia piuttosto vecchia, non riuscivo a trovare un ricambio. Mi rivolsi allora a Internet, dove trovai un sito che prometteva la riparazione di tutti i tipi di maniglie, vecchi o nuovi che fossero. Telefonai e mi rispose un tale, che affermò di chiamarsi Mario. Gli esposi il problema e mi disse che sì, aveva la maniglia e poteva sostituirmela. “Bene” risposi, “dove ha il negozio che vengo a prenderla?”. Mi disse lui: “Guardi, ci vediamo davanti al cinematografo tal dei tali alle ore 16. Io ho un impermeabile blu, lei com’è fatto?”. “Non sapevo che una maniglia di porta fosse una cosa misteriosa, come mai tanto timore? Forse lei è un Agente 007 delle maniglie?”. “Non faccia lo spiritoso,” mi disse lui “se la Finanza ci becca sono dolori”.

Confesso, in quel momento prevalse in me la necessità di chiudere la porta della finestra, era inverno, con lo scotch non si risolveva il problema dello spiffero, così mi recai al misterioso appuntamento davanti al cinema. Arrivai e mi fermai. Lampeggiai tre volte, il segnale convenuto. Nessuno si fece vivo. Lampeggiai di nuovo tre volte. Nessuno rispose. Decisi di scendere dall’auto, in tal modo il misterioso venditore avrebbe potuto vedere che non ero armato, né avevo telecamere nascoste. Finalmente dopo un po’ arrivò un uomo con occhiali neri, bavero alzato e fare misterioso, che mi disse: “Presto, mi faccia vedere la maniglia rotta!”. Gli porsi la maniglia. “Sì,” disse lui “questo modello andava negli anni ‘70, ho il ricambio, glielo monto a casa sua per 150 euro, tutto in nero!”. “Ci siamo,” pensai io “tutta questa scena per chiedermi dei soldi in più”. Lui mi spiegò che si era dovuto cancellare dall’artigianato per debiti, forse gli stessi del falegname cui si era rivolto il mio amico, insomma la storia si ripete. Il giorno dopo il misterioso “Mario” venne a casa mia, si tolse addirittura gli occhiali, riparò bene la maniglia. Pensandoci, considerando che per trovare quel ricambio avrei dovuto girare tutta Europa, il prezzo non era poi così eccessivo.

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Tempo fa ero al lavoro quando mi chiamò l’ennesimo venditore. “Buongiorno, li vuole buoni vestiti a domicilio?”. “Oddio,” risposi “potrebbe far comodo. Venga pure, mi trova a via del Campo 48”. Arrivò l’ignoto venditore (né fratello né sorella di altri conosciuti, per parafrasare una nota trasmissione televisiva) e mi propose tre abiti al costo di uno. “Senta, lei mi deve spiegare il perché di tale offerta vantaggiosa”. “Sa, noi producevamo vestiti in quel di Napoli, ma a causa delle spese, tasse, imposte, la nostra ditta è fallita. Perciò abbiamo chiuso la ditta di giorno e poi l’abbiamo riaperta, però di notte. Lavoriamo di notte, di nascosto dal fisco, e poi grazie al nostro call center, che lavora di giorno, vendiamo a domicilio. Niente fattura”. Confesso nuovamente, preso dallo sconforto davanti a quel giovane, l’abito l’ho comprato in nero, ma poi non l’ho più chiamato perché, oltretutto, mi ha dato una fregatura di abito.

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Un mio cliente (sono avvocato, non in nero ma solo per fortuna temporanea, pagante le tasse) mi chiese con una vena di disperazione: “Avvocato, mia moglie mi ha cacciato da casa, non lavoro, come faccio a mantenere i figli?”. “Chieda il reddito di cittadinanza” risposi io, con una vena di entusiasmo per la nuova opportunità che ci ha allineato con altri Paesi europei. Seguì il mio suggerimento, andò al CAF della sua città, e ottenne il reddito di cittadinanza. “Com’è andata?” gli chiesi. “Bene, ma poiché ho una casa di proprietà, attualmente occupata da mia moglie che se l’è fatta assegnare dal giudice, mi spettano solo 350 euro mensili. In più, non posso lavorare perché se lavoro non ho più diritto al reddito di cittadinanza. E ora cosa faccio? In pratica sto peggio di prima, perché prima potevo almeno cercare lavoro occasionale”. “Cerchi anzitutto di non avvilirsi,” risposi io “e poi si metta alla ricerca di un lavoro per poter sopravvivere, ma mi raccomando, se lo trova in nero sono affari suoi, io non le ho detto nulla”.

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