Per anni ignorata l’azione tumorale del Pfas

Per decenni le acque venete sono state avvelenate da aziende che hanno contaminato suolo, sottosuolo e falde acquifere con sostanze tossiche per l’organismo. Chi doveva controllare che cosa ha fatto? Sarà possibile decontaminare il prezioso liquido reso imbevibile dalle mani dell’uomo? Ci sarà mai qualcuno che finirà alla sbarra?

Il processo ambientale sulla contaminazione PFAS nel Veneto è stato definito come uno dei più corposi verificatosi in Italia. E non poteva essere altrimenti considerando che si tratta di una zona con circa 350mila abitanti che si servono per uso domestico delle acque inquinate. Le indagini hanno portato alla luce circa 100 tonnellate di sostanze fluorurate e trattate ogni anno. Un fenomeno che coinvolge, ancora oggi, la salute di gran parte dei cittadini residenti.

Stiamo parlando del processo alla Miteni, un’azienda chimica di proprietà di WeylChem (ICIG – Gruppo internazionale di investitori chimici), che produceva intermedi contenenti fluoro per l’industria agrochimica e farmaceutica. L’azienda è fallita nel 2018, in seguito alla contaminazione della falda freatica intorno a Trissino, in provincia di Vicenza, con tensioattivi perfluorurati (PFAS).

L’attività produttiva era iniziata negli anni ‘60 come RIMAR (Ricerche Marzotto) e già nel 1977 la società era stata accusata di contaminazione delle falde acquifere per mezzo dei tubi di scarico industriali. Le segnalazioni risalgono, dunque, a ben 34 anni prima dell’avvio delle indagini. Mentre la certificazione ufficiale dell’inquinamento è stata ratificata ufficialmente da uno studio condotto dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e commissionato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio solo nel 2011.

Nel report redatto si parlava di più di 40 anni di inquinamento delle acque, quasi un record.  Qualche anno dopo gli studiosi conclusero che nel Veneto, in particolare nella zona dove era ubicata la Molteni, esisteva un possibile rischio sanitario per le popolazioni che bevono queste acque prelevate dalla falda.

Da questo momento sono iniziate prima le investigazioni e poi l’inchiesta da cui è scaturito il maxiprocesso. Pesanti le accuse: avvelenamento di acque, inquinamento ambientale, possibile bancarotta fraudolenta e disastro innominato (colposo). Purtroppo gli effetti disastrosi dovuti alla contaminazione sono presenti ancora oggi, anche dopo la chiusura dell’azienda per fallimento.

Tant’è che, come evidenziano alcuni documenti di Greenpeace, risulta che dal 2014 al 2017 la Miteni di Trissino – azienda già individuata da diverse istituzioni come fonte principale della contaminazione da PFAS in una vasta area del Veneto – dopo aver ottenuto l’autorizzazione dalla Regione Veneto a trattare rifiuti chimici pericolosi, avrebbe accettato annualmente dall’Olanda, precisamente dall’azienda chimica Du Pont, oggi Chemours, quantitativi accertati fino a 100 tonnellate all’anno di rifiuti chimici pericolosi (codice CER 07 02 01) che contengono il GenX, in chimica conosciuto come Il 2,3,3,3-tetrafluoro-2–propionato di ammonio.

Questa è una sostanza che, oltre ad essere persistente e di difficile degradazione, è classificata come potenzialmente cancerogena e con possibili effetti negativi anche sul fegato, che si manifestano agli stessi livelli di concentrazione del PFOA, acido perfluorottanoico. Secondo Greenpeace, inoltre, è inequivocabile che l’operato delle autorità locali venete, soprattutto degli enti deputati ai controlli ambientali, abbia avuto un ruolo chiave nel ritardo di interventi amministrativi (bonifica) e indagini penali.

Queste sostanze chimiche rilasciate nell’ambiente hanno una grande capacità di persistere nel corpo umano. Molti studi hanno evidenziato che l’esposizione al PFAS provoca effetti deleteri per la salute umana. Sono state evidenziate, infatti, conseguenze su riproduzione e sviluppo, oppure insorgenze di problemi epatici, renali o immunologici.

Sono stati certificati, inoltre, l’aumento dei livelli di colesterolo tra le popolazioni esposte, problemi sul sistema immunitario, insorgenza di tumori e interruzione dell’ormone tiroideo. L’area avvelenata riguarda tre province venete Vicenza, Verona, Padova ed un territorio di 180 kmq.

E’ risultato che, nel solo comune di Vicenza, bel il 73% dei pozzi analizzati hanno mostrato dati superiori ai limiti PFAS stabiliti. Le Autorità preposte al controllo ed alla vigilanza si sono voltate dall’altra parte per non vedere, non sentire e non agire: omertà assoluta. Che Bel Paese.

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