SCUOLA COME AZIENDA? TUTTO DA RIFARE

Da Berlinguer a Renzi, la Buona Scuola ha ridimensionato il ruolo dei docenti ma di fatto non ha introdotto migliorie nella globalità del sistema istruzione. Occorre una riforma autentica e non rimaneggiamenti

“La Buona Scuola di Matteo Renzi è solo l’ultima di una serie di riforme che, probabilmente da Berlinguer ad oggi, hanno di fatto denaturalizzato l’istruzione italiana, tentando di uniformarla ad alcuni standard europei che poco considerano le particolarità e le specificità di ogni modello scolastico. Lo studio della matematica, ad esempio, è ben diverso se affrontato tramite un approccio italiano o meno. Questo non vuol dire che sia migliore o peggiore, semplicemente è diverso. Le nostre accademie hanno sempre anteposto lo studio teorico rispetto a quello pratico e credo che sia un segno caratteristico della nostra metodologia. Suppongo che non sia errato rintracciare in quest’ultima riforma un forte carattere reazionario.”

Pietro Belli (nome di fantasia) è un professore di fisica di un liceo del centro di Roma. Come la stragrande maggioranza degli insegnati ha le suole consumate dai km fatti per protestare e difendere i diritti di una categoria che con il succedere dei governi viene sempre più deturpata del proprio ruolo sociale.

Siamo da sempre abituati a immaginare la scuola come l’anticamera della maturità, come palestra formativa per le giovani menti che un giorno dirigeranno questo paese; collochiamo in questa fase della vita di ognuno di noi, sostanzialmente, il passaggio cruciale che trasforma il bambino in adulto, il pensiero astratto della prima elementare in pensiero razionale della quinta superiore. Durante questi anni i ragazzi si trovano di fronte alle prime forme di autorità extrafamiliare, i professori, nonché i primi rappresentanti di una nuova entità: lo Stato.

“Se volessimo trovare un momento specifico – ha aggiunto il docente romano – nel corso della storia contemporanea italiana che possa rappresentare pienamente l’inizio dell’attacco alla categoria insegnanti sarebbe senza dubbio quando i docenti sono stati assimilati al corpo della pubblica amministrazione. Da quel momento è iniziato un lungo calvario per la categoria che ha avuto il suo culmine con Mattero Renzi. Con la Buona Scuola, di fatto, si è persa anche quell’ultima parvenza di collegialità che, almeno storicamente, è stata carattere distintivo dell’istruzione italiana. Dopo la riforma gli istituti e i licei hanno assunto un carattere molto più verticale, mutando i connotati della scuola e trasformandola in qualcosa dai lineamenti più simili ad un contesto aziendale che ad un luogo di formazione e di ricerca. I presidi si sono visti consegnare un potere decisionale esponenzialmente superiore rispetto al passato, potendo indicare in maniera diretta i docenti da loro desiderati e beffandosi di fatto di ogni graduatoria. In un contesto come quello scolastico dove ogni anno c’è un rimpasto del 20% circa del corpo docenti poter disporre di tale risorsa ha acuito l’influenza dei presidi all’interno della dimensione scolastica e di contro indebolito quella dei professori”.

La Buona Scuola attraverso la mutazione del concetto di titolarità di scuola in titolarità di ambito ha prodotto una paralisi nelle pratiche per le domande di trasferimento, sostanzialmente una maniera educata per evitare di dover continuare a garantire il diritto al lavoro che i docenti più anziani hanno conseguito in anni di sacrifici e rinunce.

“Non essendo più la graduatoria fonte primaria per l’assegnazione veniva da chiedersi se pensare ad una domanda di trasferimento non fosse un suicidio carrieristico in mancanza della sicurezza di una chiamata da una preside “amico”. Diventare titolari di ambito voleva dire finire in una “piscina” popolata da docenti di ruolo che aspettavano una chiamata da parte di qualche dirigente scolastico, senza però avere la certezza che questa sarebbe arrivata in tempi brevi. In caso di mancato contatto i docenti in attesa sarebbero stati conferiti al ministero che li avrebbe poi assegnati d’ufficio alla prima sede disponibile. Logicamente questo valeva sia per i richiedenti di trasferimento, ma anche per quelli che perdevano cattedra. Il paradosso più grande forse sta proprio qui: la Buona Scuola si presentava come la riforma della meritocrazia scolastica, invece è stata totalmente la sua antitesi. Perdere la titolarità d’istituto significa perdere ogni peso a livello professionale, significa dover rimettere tutto nelle mani di un dirigente che può decidere arbitrariamente se chiamarti o meno.”

La riforma targata Renzi ha prodotto molteplici effetti sui docenti e in qualche maniera ha mutato drasticamente il volto dell’istruzione italiana. Sebbene il passato governo abbia ridimensionato il potere decisionale dei dirigenti scolastici, reinserendo la superiorità della graduatoria rispetto alla chiamata diretta del preside, rimangono visibili alcune importanti contraddizioni che neanche gli esecutivi successivi a quello dell’ex sindaco di Firenze hanno avuto il desiderio di sanare. Probabilmente segno di una politica che vuole perseverare nella trasformazione dello Stato in azienda e trarre profitti persino dall’istruzione dei nostri giovani.

Scuola di Atene

I tagli all’istruzione che irresponsabilmente i governi passati hanno predisposto pesano come un macigno sull’attualità delle scuole, le quali a fronte di un tesoretto estremamente esiguo sono chiamate a svolgere una serie di attività che in ultima analisi ricadono anche sul corpo docenti.

“La maggior parte delle riforme scolastiche fatte fino ad oggi sono semplicemente delle riforme di carta, delle riforme politiche, per convincere la gente ad andare a votare, votare quel determinato candidato. La realtà è che nella scuola non si investe, non è ritenuta fondamentale per la classe politica. L’istituto dove sono impegnato, che conta 1200 studenti e 80 insegnanti, ha un fondo d’istituto di circa 24 mila euro per un anno, cioè niente se si considera che in esso devono rientrare i soldi per le attività, per i laboratori, per i lavori eccezionali e per le varie eventualità della scuola. Se pensiamo che solo uno spettrometro, fondamentale per i laboratori di fisica, costa 6.000 euro, comprendiamo facilmente la pochezza dei fondi destinati all’istruzione e la stessa impotenza dei professori. Come posso chiedere al dirigente scolastico di comprare uno spettrometro se con 24 mila euro si deve far fronte alle necessità di tutte le materie e le sezioni dell’istituto? Ha qualcosa di paradossale soprattutto se si considera che con 24 mila euro qualche azienda ci paga solo il rimborso spese per qualche dipendente. Le infrastrutture e le attrezzature hanno un costo, certamente non economico, ma anche questa è una scelta politica: che ruolo dare alla scuola nella scala dei valori dell’agenda di bilancio? Quanti soldi destinare all’istruzione? Anche questa, soprattutto questa, è politica.”

A questi buchi istituzionali, nel loro piccolo, spesso sono gli insegnanti ad apporre delle momentanee risoluzioni, pagando anche di tasca propria. C’è chi adopera il proprio bonus insegnante proprio per comprare materiali necessari all’istruzione, chi invece è costretto a recarsi in appositi negozi per acquisire piccole attrezzature per il rinnovo dei laboratori di chimica o fisica.

“È logico – aggiunge il docente – se, ad esempio, mi servono dei microprocessori per far eseguire ai ragazzi un esperimento in laboratorio, non posso certo aspettare 12 mesi che esca il bando scolastico per l’acquisto dei materiali. Sarò costretto in prima persona a recarmi nel negozio adatto per acquistarli di tasca mia. Sono sacrifici importanti, che spesso trovano una giustificazione nell’enorme amore che molti docenti ripongono per la propria professione. Si vuol trasmettere un’immagine di una scuola moderna, una scuola 2.0, ma non esiste neanche una carta di credito scolastica con cui l’istituto possa soddisfare le necessità di alunni e professori. Dietro questa scuola di carta si cela una lenta burocrazia che crea un’enorme voragine tra l’immagine e la realtà.


La maggiore verticalità all’interno del contesto scolastico e il ruolo regressivo dei presidi verso il corpo docenti sono solo una parte millesimale della ragnatela di inganni e involuzioni che ha accusato la scuola dopo l’ennesima riforma. Se da una parte ad essere colpiti sono stati gli insegnanti, anche per gli studenti il peso della riforma è stato importante e ha prodotto vari malcontenti. L’alternanza scuola-lavoro, ed esempio, così come pensata e realizzata ha attirato la curiosità e le critiche di molti addetti ai lavori.

“L’alternanza scuola-lavoro si è materializzata improvvisamente – riflette il docente di fisica – con il governo Renzi. Ma credo che fosse nella mente dei dirigenti del MIUR già da vario tempo. Con Renzi è stata implementata e resa attiva, ma così come pensata è stato uno stillicidio per tutti, docenti e alunni. L’alternanza come progettata inizialmente prevedeva 200 ore per ogni studente di partecipazione a progetti esterni alla scuola gestiti da enti terzi. La cifra è estremamente importante. Se si considera, ad esempio, che la mia scuola conta attualmente circa 700 studenti interessati dal progetto l’ammontare delle ore lavoro da prestare ai progetti sarebbe di circa 140.000. Il problema reale, però, è sempre lo stesso: si vuole dare l’immagine di una scuola smart, proiettata verso il futuro, ma che in realtà è estremamente fragile, incapace per i buchi strutturali, economici e d’organico che impediscono lo sviluppo dell’organo scolastico.”

L’alternanza scuola-lavoro ha investito come un turbine l’organizzazione scolastica, diventando legge le scuole hanno dovuto rimediare immediatamente a un vuoto preesistente, sono state costrette in maniera autonoma a predisporre delle strutture interne adatte a coordinare il progetto.

“Se pensiamo che da un anno all’altro le segreterie scolastiche, senza nessun implemento nell’organico, hanno dovuto trovare la quadra per registrare, controllare, assegnare, documentare e redigere dei resoconti su tutte le ore lavoro effettuate dagli studenti nei vari progetti, comprendiamo perché la parte amministrativa delle scuole si è ingolfata e non ha potuto reggere a un mutamento così radicale. Per la mole di lavoro sarebbero servite almeno altre quattro persone in segreteria e un coordinatore impiegato a pieno regime sul progetto. Così non è stato. L’introduzione così repentina dell’alternanza scuola-lavoro, usata per meri utilizzi propagandistici dalla politica, si è rivelata un disastro nella maggior parte delle situazioni. Il peso del progetto è ricaduto principalmente sul corpo docenti che ha dovuto improvvisare delle figure di responsabilità per suddividere meglio l’impegno. Si è creata così una pletora di professori non pagati che hanno dovuto svolgere anche il compito amministrativo. Mancando delle linee guide ministeriali, ma vigendo già la legge, le strutture scolastiche hanno dovuto apporre dei rimedi pressoché approssimativi. Proprio in tale contesto si è materializzata la famelicità di alcune multinazionali che non si sono fatte sfuggire la ghiotta occasione. Dopo aver interloquito prima con il MIUR queste realtà possono presentare agli specifici istituti e licei la propria domanda di collaborazione. Va da sé che se il McDonald di turno arriva a presentare alla segreteria la richiesta per l’utilizzo di 200 ragazzi per l’anno accademico in corso, la scuola difficilmente rifiuterà la proposta per motivi puramente d’impossibilità amministrativa. Al contrario, sarà grata alla multinazionale per aver sgravato l’istituto scolastico dal fardello del collocamento degli studenti. La riforma così come pensata ha costretto le scuole a scegliere la via quantitativa rispetto a quella qualitativa per poter adempire agli obblighi di legge, probabilmente producendo dei danni anche alla moralità di alcuni insegnanti. Si ritorna al discorso iniziale, si vuole presentare una scuola diversa, europea, fluida, ma invece la realtà è ben diversa. Mancano le strutture organizzative, molte strutture sono fatiscenti, le attrezzature non sono adeguate e soprattutto dopo l’approvazione di decreti e riforme le scuole vengono lasciate in balia delle onde, senza linee guide, costrette ad auto organizzarsi. Ultimamente le ore lavoro obbligatorie sono state portate a 90 per ciascuno studente, forse proprio perché si sono accorti che 200 erano una follia, ma il problema sussiste sebbene almeno ora vi sia maggiore possibilità di cernita. Non è, dunque, una questione sulle ore lavoro, bensì rispetto al vuoto ministeriale nel lavoro con le scuole. Tutto il resto è meramente propaganda politica.”

Il professore Pietro Belli è sicuramente uno di quei docenti che vive il suo lavoro come una missione, come se fosse stato colpito da vocazione. È una di quelle figure che spesso vediamo nelle fiction serali, il professore buono e al passo con i tempi, che comprende le problematiche e le contraddizioni di un mondo in continuo cambiamento come è quello attuale. Pietro crede nel suo lavoro, ed è convinto dell’importanza sociale che ricopre l’insegnamento per il mondo che verrà. Come lui sono in tanti – circa un milione – i docenti che ogni giorno corrono dietro i bus, treni e traghetti per raggiungere una qualche scuola persa per il Bel Paese che una volta pervenuta li costringerà a ricominciare a correre per altre sei ore dietro a ragazzi e bambini di diverse età, religioni, etnie e orientamenti sessuali ed estrazione di classe. Il docente è un educatore, uno psicologo, un genitore e solo infine un insegnante. Preservare il ruolo del professore significa preservare il futuro dell’umanità, significa preservare l’amore per la ricerca, per la curiosità e per un futuro migliore. Utilizzare la scuola per speculazioni politiche, invece, è la raffigurazione perfetta del fallimento delle classi dominanti.   

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