La scena del Crimine: per capire con cognizione di causa. E per non farci ingannare dallo spettacolo

Questo contributo non vuole essere un vero e proprio trattato di criminologia, disciplina vastissima e multidisciplinare, piuttosto vuole fornire al lettore alcuni strumenti logici, utili ad evitare – e difendersi – da “suggestioni”, più o meno campate per aria, che troppo spesso i mass-media mettono in campo per riempire il proprio carniere di indici di ascolto.

Così un semplice ma luttuoso incidente domestico può trasformarsi in femminicidio. Il che scatena morbosità e appunto odience. Fosse solo qui la faccenda si attenuerebbe in pochi giorni, da un’attualità si passerebbe a un’altra e così via. Invece la macchina mass-mediatica può a sua volta suggestionare gli organi inquirenti e le dinamiche processuali e le aspettative, o meglio l’individuazione di un femminicida a prescindere, si auto-alimentano. Il che è psicologicamente aiutato dal fatto che nel mondo ci sono palesi casi di omicidio che hanno per vittima le donne.

Incidente domestico o femminicidio?

Ma non tutte le morti di persone del gentil sesso sono femminicidi: c’è l’incidente, c’è il Covid-19 e via dicendo. Quanto sopra detto è pregevolmente rimarcato da un manuale, scritto da un raffinatissimo cultore del Diritto, Alessandro Miconi, dal titolo: Le indagini soggettive (G. Giappichelli Ed.-Torino; ISBN 88-348-0853-3).

Leggiamo: “…Basti pensare che nel dibattimento (n.d.r. siamo in un’Aula di Giustizia) si innescano peculiari meccanismi psicologici quali l’effetto platea (cioè l’influenza del pubblico e dei mass-media sui testimoni)…”. Io aggiungo che tra i testimoni ci sono generalmente i funzionari della polizia giudiziaria, i medici legali e/o gli ingegneri i quali a loro volta sono influenzati o influenzabili dal Pubblico Ministero che, a sua volta, può subire il fascino della narrazione” del/i testimone/i.

In genere un testimone è condizionato da un pre-giudizio e offre la propria narrazione seguendo un percorso convincente per sé stesso. E questo è solo l’aspetto più appariscente anche se non facilmente smascherabile. Perciò la forza di un Collegio giudicante starà proprio nella sua capacità di lasciarsi dietro le spalle le “suggestioni”.

L’incidente domestico di cui abbiamo fatto cenno è ipotetico, ma ben descrive, per similitudine, tanti casi reali. Raccontiamolo: “…c’è forte vento e ci sono state giornate di pioggia, una donna indaffarata sull’uscio di casa sta sistemando un vaso di fiori, dal tetto si stacca una tegola che la colpisce di netto sulla testa, la tegola ruzzola nel prato antistante che è coperto da un manto erboso rigoglioso e incolto, complice la pioggia. La tegola scompare dalla vista. Un urlo e il marito che stava inchiodando un’asse tenta di soccorrerla abbandonando il martello, si sporca di sangue, poi riprende casualmente il mano il martello lasciando su di esso tracce ematiche. E’ lui a chiamare il 112 e in pochi attimi giungono autoambulanza e forze dell’ordine. Sulla scena trovano una donna morta, un uomo sporco di sangue e un martello insanguinato…”. Uno più uno.

Ipotetica scena del crimine

Inizia la ricognizione (i rilievi) con il pregiudizio: c’è un morto, c’è un vivo, dunque è stato il vivo. L’uomo non ha l’intuizione di cercare il vero responsabile, la tegola (che non si vede e dunque esce di scena, magari sta pensando a un ladro), non la stanno cercando neppure le Forze dell’Ordine, non sanno che c’è una tegola di mezzo, e non ipotizzano neppure un ladro e qualora lo ipotizzassero non ne troverebbero traccia poiché l’erba non è calpestata, resta il marito. E voilà femminicidio

Ci sono ancora altre faccende da mettere sul piatto. Ne sottolineo alcune, lasciando al lettore campo libero per individuarne altre. Una prima è legata alla tecnica utilizzata per la raccolta delle fonti di prova, spesso condizionata dal pre-giudizio (nel caso citato è stato escluso dalla descrizione dei luoghi il forte vento -che  ha smosso la tegola – e la piovosità dei giorni precedenti che ha fatto crescere a dismisura le erbacce. In sostanza non si sono ispezionati a dovere i luoghi (solo è stato escluso ragionevolmente l’ipotetico ladro).

Una seconda è legata alla competizione che inevitabilmente si instaura tra accusa e difesa, che poi è il far valere le proprie ragioni, che a sua volta innescano tutta una ricerca, a tratti spasmodica, di rincorrere cavilli giuridici, di mettere sotto traccia alcune evidenze in contrasto con le tesi principali; poi ci sono gli interessi economici, la visibilità delle parti in causa.

Vincere una causa è, a prescindere dal contenuto della stessa, un obbiettivo “legittimo (?)” della schiera dei legali che ruota attorno alla o alle vicende.

In definitiva il tutto dovrebbe incentrarsi sulla raccolta “oculata” delle fonti di prova che sono invero le più disparate, anche contraddittorie o apparentemente assenti (come il caso della tegola), cioè a dire: ispezione meticolosa dei luoghi, fotografie, filmati, testimonianze, documenti cartacei, risultato di pedinamenti, i rapporti pregressi tra i coniugi, come litigi e via discorrendo. 

Infine se due o più fonti di prova mostrano contraddizionelesioni da elemento incognito (tegola) e forma del martello – dovrebbe essere compito degli organi inquirenti sciogliere la contraddizione riprendendo in mano le indagini a costo di ripartire da zero

In questa “puntata” discuteremo solo della fotografia, nel proseguo tratteremo altri vari aspetti, non ultimo, che è forse il più importante, la struttura delle ipotesi accusatorie e/o difensive e del relativo procedimento scientifico da adottarsi per la valutazione delle prove e degli indizi e, suggerire all’occorrenza, come si debbano allargare le fonti (nuovi sopralluoghi, nuova interpretazione delle fonti e via dicendo) per giungere ad una verità giuridica sincrona con i fatti.

La fotografia.

Sottoporremo al vaglio del lettore due fotografie di repertorio e con esse cercheremo di capire come debbono essere lette e interpretate.

La prima. Ritrae un ambiente domestico in cui sullo sfondo appare la celebre fotografia di Falcone e Borsellino. In basso a destra l’immaginetta di una donna. 

Da questa fotografia si ha questa generica impressione: nell’abitazione di Paolo Pascolo, ritratto nella foto, c’è una riproduzione della celebre immagine di Falcone e Borsellino, segno che il suddetto ha rispetto per i due magistrati, poi c’è la foto con l’immagine forse di sua madre, da giovane.  Forse è morta prematuramente o forse no. Dette queste cose la riflessione potrebbe finire, invece no! 

Se si ha l’accortezza di superare la prima impressione si può cercare di ottenere ulteriori informazioni dalla fotografia. Infatti se si va a cercare cosa c’è scritto nel particolare griginoche sta al lato sinistro del riquadro della foto si può leggere “…Complimenti a te… Libera… Senigallia… 2007…. E a destra c’è la firma di Tony Gentile, che è colui che ha scattato il celebre documento.

pascolo

Se si è mossi da curiosità investigativa si può dedurre che c’è stata un’Asta della Legalità, che Paolo Pascolo in quel giorno era a Senigallia, che si è aggiudicato all’asta il celebre scatto, che l’ha soffiato al Comune di Senigallia che lo voleva per sé, che a Senigallia c’è una sala dedicata a Falcone e Borsellino, che la madre di Paolo Pascolo è morta nel 1964 di tumore e l’analisi della Fonte potrebbe continuare, magari andando a scartabellare i giornali dell’epoca.

In comune con l’interpretazione di primo acchito non c’è più neppure il termine riproduzione della foto di Falcone e Borsellino, poiché quel simbolo che si trova a casa di Pascolo è unico, è un originale, è stato donato da Tony Gentile a don Luigi Ciotti per l’Asta della Legalità. 

La seconda. E’ uno dei celebri scatti di  Lewis Hine (1874-1940), probabilmente il più discusso.

La prima impressione è: un fotografo sta immortalando un gruppo di bambini intenti alle loro cose e incuriositi dal fotografo che, in un ambiente povero di un generico sobborgo, li sta immortalando. Non è così.

Si è di fronte a una chiave di lettura ben più complessa: c’è un fotografo (fuori scena) che sta fotografando un gruppo di bambini in un sobborgo. Ma c’è di più. Intanto capiamo che non è un’istantanea. Perché?

All’epoca della foto le macchine fotografiche erano ingombranti e difficili da gestire, i soggetti sono posizionati in modo che la seconda macchina fotografica (fuori scena) possa immortalare il fotografo che fotografa, ci vuole una esposizione luminosa corretta, ecc. Ne viene che dietro a questa “apparente” istantanea c’è una regia e i ragazzini sono solo parte della scena

Fotografia della scena di un vero crimine

Per quel che ci riguarda questo è il metodo scientifico da utilizzarsi per esaminare una Fonte, specie se una fotografia, non queste, rimanda alla scena di un delitto.

Concludendo, quando si esaminano fotografie frutto dei rilievi degli organi delle forze dell’ordine nell’interno della scena di un ipotetico crimine è necessario tenere a mente chi l’ha fatta, con che tipo di fotocamera, con pellicola o digitale (n. di pixel), con quale obbiettivo, con che focale, con quali tempi di esposizione, a che distanza (chi si intende di fotografia sa che da questi parametri ne viene la profondità di campo, nitidezza, ecc.), cosa passava per la testa al fotografo, come ha  sequenziato le singole foto. 

Nell’ipotetico caso della tegola (non tenuta in considerazione) gli organi di P.G. hanno preliminarmente fotografato tutto lo scenario, palmo a palmo, oppure hanno prima fotografato con pre-giudizio il marito? E quante foto hanno scattato?

Oppure, hanno rivolto la macchina fotografica prima sulla deceduta e quante foto hanno fatto? Hanno fotografato con dettaglio la ferita mortale e da quante angolazioni? Come hanno composto il fascicolo fotografico in pdf, JPG, tiff o che altro?

Che software di compressione hanno utilizzato e che dettagli si sono persi con la compressione? Sono tutti elementi essenziali per una corretta “Analisi delle Fonti” da parte dell’Accusa e della Difesa e, perché no, anche dei lettori!  

…segue…

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