ANCORA DUBBI SUL CADAVERE DALLA TESTA MOZZATA

A distanza di 65 anni non si è dato un volto al mostro che ha reciso, non solo la testa, ma anche i sogni di una fanciulla che si era illusa di essere amata.

CASTEL GANDOLFODopo il caso Montesi del 1953, la provincia romana fu nuovamente scossa, nel 1955, da un altro macabro ed efferato delitto che per molto tempo turbò le notti e le coscienze non solo dei romani, ma di tutti gli Italiani: il 10 luglio venne ritrovato il corpo decapitato di una donna sulle rive del lago Albano, noto anche con il nome improprio di lago di Castel Gandolfo, residenza estiva dei Papi fin dal XVII secolo.

Sono gli anni del boom economico italiano, delle innovazioni tecnologiche che cambieranno il costume, durante i quali molti si lasciarono alle spalle i disagi della guerra e fuggirono verso Roma, che diventò il simbolo della ”dolce vita” e delle contraddizioni di un’epoca di passaggio, dove coesistevano il vecchio e il nuovo. Anche Antonietta Longo, orfana e cresciuta in un convento con le sorelle, abbandonò la natia Mascalucia, in provincia di Catania, alla ricerca di   un futuro migliore prima a Camerino e poi a Roma, lavorando come domestica.

All’epoca la villeggiatura di massa era già un rito e, durante quella estate afosa, anche Roma si trasformo in città deserta. Il giorno del ritrovamento di quel corpo sfigurato, verso le 15, il meccanico Antonio Solazzi e il sacrestano Luigi Barboni, affittarono una barca al ristorante imbarcadero”La culla del lago”. Poco dopo, Solazzi, in preda ad un imminente bisogno, attraccò in un posto isolato, a circa 300 metri dal ristorante. Dalla spiaggia limacciosa corse verso il bosco e qui gli si presentò davanti una scena raccapricciante: il cadavere senza testa di una donna nuda, ricoperto, sulla parte mutilata, dai fogli, insanguinati, del giornale” Il Messaggero” datato il 5 luglio, che sarà considerata la data dell’omicidio. Il due gitanti, impauriti, denunciarono alle forze dell’ordine la loro sconvolgente scoperta   soltanto due giorni dopo.

Il corpo era in avanzato stato di decomposizione, maleodorante e percorso incessantemente da un esercito di mosche, larve e vermi. Ad una prima analisi si notò che la carnagione della vittima era tipicamente mediterranea, di statura non molto alta, mani e piedi ben curati e smaltati di rosso, i polpastrelli consumati dalla putrefazione. Erano presenti numerose e profonde ferite da taglio sull’addome e sul ventre, come anche sulla schiena. La testa era stata tagliata di netto e, quasi sicuramente, sul posto, in quanto il terreno sotto l’amputazione era più scuro essendo intriso di sangue fino ad una profondità di 12 centimetri. Vicino al cadavere furono ritrovati un portachiavi, un orecchino con pendaglio triangolare e il frammento di una foto che ritraeva un uomo e una donna a braccetto. Sul posto sinistro aveva un piccolo orologio di marca Zeus con le lancette ferme alle 3:36.

L’autopsia rivelò che la vittima aveva subito, in passato, un’operazione di appendicite e, recentemente, l’asportazione di utero e ovaia. Era forse il risultato di un aborto? In ogni caso, sembrava avessero agito mani esperte che conoscevano l’anatomia, sicuramente quelle di un medico chirurgo.

CASTEL GANDOLFO

Tutte le questure d’Italia lavorarono per dare un’identità alla ragazza, venne coinvolta perfino l’Interpol. Ben 12 fanciulle scomparse in quel periodo, acclamate dalla radio e dalle testate giornalistiche, si fecero ritrovare. Inizialmente furono sospettati un americano e un medico italo-francese radiato dal’albo, ma si rivelarono da subito piste infondate.

Poco tempo dopo i sommozzatori ritrovarono alla deriva, tra i canneti, una piccola barca a remi abbandonata che, molto probabilmente, era quella (con il numero 3) che il proprietario di una trattoria del luogo aveva riferito di avere noleggiato ad una coppia la mattina del 5 luglio, ma che non aveva fatto ritorno al pontile. Data l’impossibilità di risalire alle impronte, il capo della Squadra Mobile, Dottor Magliozzi, il capo della Squadra Omicidi, Dottor Macera e il Tenente Fiasconaro della caserma dei Carabinieri di Albano puntarono l’indagine sull’orologio Zeus : venne mandata in onda in tv (la cui prima programmazione era iniziata nel 1954 ) la foto del quadrante, durante il telegiornale sul Primo Programma. Era un orologio economico, ne esistevano 150 esemplari e quello della vittima, un tempo dorato, aveva subito una cromatura.

Una ricerca svolta presso gli orafi di Roma e provincia e il confronto con le denunce di scomparsa presentate in precedenza al ritrovamento, consentirono di identificare la donna uccisa col nome di Antonietta Longo. Trentenne, lavorava come cameriera da sei anni nella casa di un funzionario del Ministero dell’Agricoltura, il Dottor Cesare Gasparri, che viveva insieme alla moglie in un elegante appartamento in via Poggio Catino n. 23. Il 9 Agosto, il funzionario, all’obitorio, riconobbe il corpo della giovane e raccontò che, il 26 giugno, gli aveva chiesto il permesso di andare in ferie tre settimane in Sicilia e che lui stesso le aveva comprato il biglietto del treno.

Il 5 luglio, però, ricevette una telefonata angosciata da parte dei familiari della ragazza, preoccupati perchè non era tornata a Mascalucia e aveva spedito loro una lettera in cui li avvisava che presto si sarebbe sposata. Gasparri escluse che Antonietta avesse subito un intervento ginecologico così invasivo in quei sei anni che lavorò al suo servizio e, così, venne disposta una seconda autopsia che smentì le ipotesi della prima: non aveva operato nessun medico sull’utero e sulle ovaia della povera vittima, bensì un macellaio che glieli aveva brutalmente strappati. Anche le sorelle, Grazia e Concetta, riconobbero il cadavere e consegnarono al Magistrato la lettera ricevuta da Antonietta in cui, oltre all’annuncio delle imminenti nozze, parlava anche della gioia di dargli presto un nipotino.

Gli inquirenti scoprirono che la donna, dopo aver salutato i Gasparri per l’ultima volta la sera del 1 luglio, non partì per la Sicilia, ma soggiornò per alcuni giorni in una pensione e il giorno prima del delitto prelevò tutti i suoi risparmi: 231,120 lire. Inoltre, alla stazione Termini, trovarono due valigie che aveva depositato, contenenti il suo corredo. Antonietta era in stato interessante ed era stata illusa da una promessa di matrimonio? Aveva ritirato tutto quel denaro per abortire? Seguirono mesi e anni d’indagine: furono interrogati vecchi amici, conoscenti, l’ex fidanzato Antonio, impiegato del Ministero dell’aeronautica, sposato e forse a capo di una banda di contrabbandieri. Gli elementi raccolti non furono mai sufficienti per seguire una determinata pista. Non mancarono i mitomani: nel 1957, dal carcere di Regina Coeli, un detenuto accusò dell’omicidio il cognato Giuseppe Bucceri; nel 1971 all’ex datore di lavoro della giovane e al Procuratore generale della Corte d’Appello di Roma giunsero due lettere anonime in cui un compaesano di Antonietta accusò due contrabbandieri, x e y, di averle provocato un’inarrestabile emorragia a seguito di un aborto praticato in una cantina di un palazzo in via Livorno n.41 e, per non finire nei guai, di averle amputato la testa per poi scioglierla nell’acido.

Infine, nel 1987, un sub, durante un’immersione nel lago di Albano, trovò un teschio, ma gli esami scientifici all’Istituto di Medicina legale smentirono i sospetti perché risultarono appartenenti ad un uomo. A distanza di 65 anni, ancora non si è dato un volto al mostro che ha reciso, non solo la testa, ma anche i sogni di una fanciulla che si era illusa di essere amata.

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