ROMA – CONTE NEL CASSETTO DEI BRUTTI RICORDI: E’ IL MOMENTO DI DRAGHI.

I governi tecnici, in Italia, sono sempre stati forieri delle peggiori situazioni politiche che non hanno dato alcun vantaggio ai cittadini. Anzi, sono stati apportatori di aumenti di tasse, di strafalcioni previdenziali e brutture di ogni genere. Speriamo in un'inversione di tendenza.

Roma – Dall’esito disastroso della crisi si è arrivati all’ora dei “Draghi” per normalizzare una fase del Paese molto grave, dal punto di vista sociale ed economico. Dopo il fallimento dell’esplorazione di Roberto Fico, si sperava nei tempi supplementari ma la scelta di Mattarella sorprende quasi tutti anche per l’appello rivolto ai partiti.

E’ la fine dei trasformisti ed il momento dei veri “responsabili” che possono riscattarsi da tanta opacità emersa in questi tristi giorni. Dopo la convocazione di Mario Draghi al Quirinale l’esito dell’incontro non poteva essere che quello scontato: il professor Draghi, 73 anni, scuola superiore dai Gesuiti, università La Sapienza, economista tifoso della Roma, banchiere freddo e cinico, allievo del suo mentore Federico Caffè, sparito nel nulla a Roma il 15 aprile 1987, ha accettato l’incarico con riserva.

Sergio Mattarella con Mario Draghi                                                                                                               Foto Mario Giandotti

A ricordare un’intervista rilasciata da Francesco Cossiga, all’epoca presidente emerito della Repubblica, a Luca Giurato durante una trasmissione su Rai 1, vengono i brividi. Per Cossiga il buon Draghi non era altro che un vile affarista in grado di s-vendere tutto. Un affarista che conosce a menadito l’economia mondiale e saprebbe trarne profitto in qualsiasi circostanza.

Se Draghi avrà in mano il timone dell’Italia, il Mes sarà cosa fatta e noi tutti ne subiremo le nefaste conseguenze. Meglio saperle prima certe cose. Comunque, Cossiga o non Cossiga buonanima, il Conte ter è fallito miseramente e noi lo avevamo annunciato su queste colonne già mesi fa. Mattarella ha fatto ciò che la legge gli consente e la scelta è ricaduta sull’accademico romano che avrà il compito di formare un nuovo governo  tecnico-istituzionale:

Cossiga con Luca Giurato in collegamento telefonico su Rai 1

“…Avverto il dovere di rivolgere alle forze politiche un appello per un governo di alto profilo…”, ha detto il capo dello Stato nel suo discorso con il quale ha indicato la via d’uscita ad una crisi di governo che si era avvitata, nelle ultime ore, in modo irreversibile. La ormai ex maggioranza, riunita per tre giorni a Montecitorio, ha finito per scontrarsi su nomi e programmi arrivando ad un riprovevole nulla di fatto.

La litigiosità e la bramosia di potere hanno avuto il sopravvento dimostrando cosi che degli italiani sempre più poveri e sfigati non frega un cavolo a nessuno. Del resto lo stesso Draghi era già stato contattato settimane addietro ma la notizia era stata poi smentita, falsamente.

Profilo altissimo sicuramente ma con la morale come la mettiamo? Certamente quello di Draghi è un segnale forte ai cittadini, all’Europa e ai mercati finanziari. Un segnale che ora attende solo di essere recepito dai partiti ai quali il presidente della Repubblica si appella affinché sostengano un governo che non dovrà per forza identificarsi con una formula politica.

Giuseppe Conte, il re dei DPCM

Mattarella nel proprio discorso ha spiegato le ragioni della sua scelta ed il ragionamento ruota intorno alla necessità che a Palazzo Chigi sieda una squadra che possa prendersi le responsabilità di gestire la fine del blocco dei licenziamenti, così come la campagna vaccinale o il rapporto con l’Europa al tavolo del Recovery Fund.

La macchina istituzionale deve poi girare a pieno regime una volta che i fondi dovranno essere spesi con una governance che deve sapere il fatto suo. In modo esplicito il capo dello Stato ha risposto anche a chi lo aveva sollecitato ad avviare le consultazioni elettorali, affermando che le urne non garantirebbero la risoluzione dei tanti problemi che affliggono il Paese, anzi lo esporrebbero al rischio di vedere aumentare a dismisura i contagi e le sofferenze della popolazione.

E poi non ci sarebbero i tempi tecnici, vuoi per le emergenze in corso, vuoi per lo svolgimento delle stesse elezioni in tempi critici come questi dove le infezioni potrebbero risalire da un momento all’altro.

Insomma Draghi sarebbe stato scelto per venire incontro alle esigenze primarie degli italiani che stanno affogando. La scelta di Mattarella, dunque, sarebbe un salvagente che ha già parlato delle sue intenzioni: rifinizione del Recovery Plan da 210 miliardi di euro entro aprile, messa a punto delle riforme che ha chiesto l’UE tra cui la semplificazione della pubblica amministrazione, giustizia e fisco, ottimizzazione della campagna vaccinale di vaccinazioni per favorire entro la fine dell’anno l’immunità di gregge.

Secondo Draghi soltanto in questa maniera si potrà arginare il dilagare del virus per riprendere a pieno regime attività commerciali e spostamenti. Ora si tratterà di capire come si muoveranno i partiti.

Il primo a commentare la scelta del capo dello Stato è Matteo Renzi: “Abbiamo ascoltato le sagge parole del presidente della Repubblica Mattarella ed ancora una volta ci riconosciamo nella sua guida, agiremo di conseguenza…”, scrive su Facebook il leader di Italia Viva, lo stesso che ha contribuito più di altri a questa maledetta crisi di governo.

Renzi, il maggiore responsabile della Crisi                                                      Foto Riccardo Antimani

Più tardi arrivano le parole di Nicola Zingaretti, segretario del Pd: “…Abbiamo fatto davvero di tutto per ricostruire una maggioranza, in un momento difficile. Il presidente Mattarella, che ringraziamo, con la sua iniziativa ha posto rimedio al disastro provocato dalla irresponsabile scelta della crisi...”.

Insomma la colpa è di tutti e di nessuno e il gioco del rimpiattino torna alla ribalta delle cronache politiche. Il nome di Draghi, invece, è destinato ad acuire le spaccature nel Movimento 5 Stelle i cui rappresentanti si dicono contrari all’economista romano e ad ogni potere forte. Due parlamentari grillini, infatti, lasciano il partito del Vaff-Day: Orietta Vanin e Emilio Carelli.

Orietta Vanin, ex M5S

Gli altri rimasti difendono Giuseppe Conte a oltranza e puntano alle elezioni con “l’avvocato del popolo” a capo di una lista agganciata a M5S e non diranno mai si a Draghi, nonostante ne abbiamo fatte di tutti i colori prima, durante e dopo la crisi di governo.

Dal centrodestra Fratelli d’Italia e Lega criticano la mossa del Colle, continuando a sostenere l’opportunità di andare a votare. Forza Italia preferisce aspettare e valutare con gli alleati il da farsi. Di sicuro – riferisce chi ha parlato con Silvio Berlusconi – c’è soddisfazione per lo sfaldamento della maggioranza uscente e per la scelta di Mario Draghi. Non per tutti, ovviamente.

Emilio Carelli, ex M5S

Comunque Ugo Zampetti, segretario generale del Quirinale, dopo avere comunicato l’accettazione con riserva del nuovo premier ha accompagnato Draghi in sala stampa dove il nuovo presidente del Consiglio ha fatto sapere di non muovere foglia se non dopo aver consultato tutti i partiti:

“…È un momento difficile – ha detto Draghi, riferendosi alla crisi sanitaria, economica e socialein quanto la consapevolezza dell’emergenza richiede risposte all’altezza della situazione, è con questa speranza e con questo impegno che ho risposto positivamente all’appello del presidente della Repubblica. Vincere la pandemia, completare la campagna vaccinale, offrire risposte ai problemi dei cittadini, rilanciare il Paese, sono le sfide che ci attendono….Con grande rispetto mi rivolgerò innanzitutto al Parlamento, espressione della volontà popolare. Sono fiducioso che dal confronto con i partiti e i gruppi parlamentari e dal dialogo con le forze sociali, emerga unità e con essa la capacità di dare una risposta responsabile e positiva all’appello di Sergio Mattarella...”.

Il nuovo premier non troverà molto nella stanza che è stata di Conte se non un gozzaniano Loreto impagliato, il busto d’Alfieri, di Napoleone e i fiori in cornice… Le buone cose di pessimo gusto! Oltre ad un bel crollo del Pil pari all’8,9% nel 2020. Nient’altro. Rimettere a posto le cose sarebbe difficile, se non impossibile, anche per Padre Pio. Un miracolo, infatti, non basta. Buon lavoro prof.

 

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