ROMA – RECOVERY PLAN: IL TEMPO STRINGE E I SOLDI POTREBBERO TRASFORMARSI IN FUMO

Il tempo stringe e se si arriverà tardi con il Recovery Plan non riusciremo ad acquisire i soldi europei. La responsabilità chiama a raccolta la maggioranza i cui leader debbono fare fronte comune. Almeno sino alla conclusione del piano.

Roma – Mentre infuriano le polemiche i venti di crisi soffiano come buriane. Nel frattempo la bozza del Recovery Plan sembrerebbe già a buon punto nonostante gli enormi ritardi maturati per svariati motivi.

Così nonostante la tempesta mediatica scatenata dalle dichiarazioni di Italia Viva per le interviste rilasciate da Conte, al ministero dell’Economia e Finanze si tenta di dare corpo al piano di ripresa per venire incontro alle richieste dei partiti.

L’ultima revisione del Recovery Plan a cui il ministero dell’Economia ha lavorato punta a spingere verso il 70% la quota di risorse finalizzate agli investimenti, limitando ancora di più la parte dedicata a bonus e sussidi di cui rimarrebbe soltanto il superbonus al 110%.

Sostanzialmente verranno aumentate le risorse di qualche miliardo ai progetti aggiuntivi, quelli che non sono già contemplati nei programmi di finanza pubblica e che servono ad accelerare la crescita del Bel Paese a partire dalla seconda metà dell’anno.

Ai 120 miliardi aggiuntivi, su un totale di 196, già definiti nelle bozze dei giorni scorsi, ne sono stati previsti altri 9 nelle tabelle delle ultime ore. Vi è ancora grande prudenza perché alla fine, probabilmente, solo una parte di quei nove miliardi verranno confermati.

Il premier Conte e il ministro Gualtieri

La preoccupazione, dichiarata esplicitamente dal ministro Gualtieri, è di non aumentare troppo il deficit. Le risorse aggiuntive si compongono infatti della totalità delle sovvenzioni europee a fondo perduto (che sono di 68 miliardi) e di una quota di prestiti, le prime non fanno deficit ma le seconde sì.

Ieri lo stesso Gualtieri, a quanto risulta, avrebbe illustrato la bozza al premier Conte in una lunga riunione a Palazzo Chigi, insieme ai ministri degli Affari Ue e del Sud, Vincenzo Amendola e Giuseppe Provenzano, che hanno lavorato alla stesura del documento aggiornato.

Vincenzo Amendola

L’obiettivo che si sta cercando di raggiungere è quello di rafforzare i pilastri del piano, rappresentati anzitutto da due concetti, peraltro perorati dall’Europa, che riguardano la “transizione ecologica e digitale”. Così come richiesto, più o meno da tutti, vengono raddoppiate le risorse per la sanità da 9 a 18 miliardi.

Poi verranno potenziati gli investimenti per infrastrutture, istruzione e formazione, occupazione femminile, con un rafforzamento del piano anche per asili nido e scuole materne. In sostanza il risultato a cui si spera di arrivare è quello di provare a superare un doppio esame.

Giuseppe Provenzano

Il primo in Europa, dove le prime ipotesi infarcite di micro-interventi e di bonus settoriali non avevano acceso particolari entusiasmi; il secondo a Roma, dove il piano entra nel frullatore dei negoziati della maggioranza insieme a Mes, delega ai servizi segreti, composizione del governo e destino del presidente del Consiglio.

Anche per questa ragione quello elaborato dal ministero dell’Economia è un documento ancora aperto per accogliere alcune istanze dei partner di maggioranza, come spinta ulteriore sugli investimenti, accompagnata da una clausola che dovrebbe garantire al Mezzogiorno il 40% degli impegni di spesa.

Ma la cautela, in questo caso, è massima e per questo si attende la definizione dello stallo nell’esecutivo. La scadenza di fine aprile entro cui presentare a Bruxelles la proposta non è poi così lontana, considerando, oltre alle turbolenze politiche, anche i passaggi inevitabili in Parlamento ed il confronto con le parti sociali.

Si cerca di capire, in buona sostanza, che fine farà la tanto decantata decontribuzione generalizzata per le imprese del Mezzogiorno, che dovrà per altro affrontare le verifiche di compatibilità con le norme europee. Quel che è certo riguarda il tempo per definire la griglia dei progetti e delle riforme da presentare a Bruxelles.

Tempo che sta per scadere. Inutile nasconderlo ma la confusione di questi giorni in uno con l’incertezza ormai galoppante creano notevole ansia. Anche se, come ha spiegato Gentiloni, il Recovery Fund non è una finanziaria bis per i prossimi 4-5 anni e nemmeno un fondo europeo come gli altri.

Paolo Gentiloni

La delicatissima operazione prevede che se non venissero raggiunti nei tempi stretti previsti gli obiettivi scritti nel Piano, le erogazioni semestrali successive all’approvazione del piano saranno a rischio. Ovvero potrebbero trasformarsi in fumo.

Motivo per il quale bisogna avere la consapevolezza di quanto sia importante il lavoro che si sta svolgendo su ciò che dovrà diventare il reale volano di crescita del Paese. Un’opportunità che si è presentata per far fronte ai danni causati dalla pandemia e che potrebbe, se ben sfruttata, riportare l’Italia in equilibrio. Seppur nel tempo. Fate vobis

 

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