La scena del Crimine: per capire con cognizione di causa. E per non farci ingannare dallo spettacolo – 4 –

In questa quarta puntata entriamo nel vivo dell’indagine con le testimonianze orali e scritte per poi passare all’interrogatorio giudiziario nel contesto dei “dialoghi” fra soggetti che, a diverso titolo e circostanza, possono riferire accadimenti e riconoscere persone “sospette”. Vedremo quanto importante sia la figura del testimone oculare nel procedimento penale.

Come abbiamo illustrato in una delle precedenti puntate la fonte, che può prendere forma di testimonianza, può presentarsi scritta, disegnata (es. rilievi planimetrici), fotografica o filmografica, orale e via dicendo. Se parliamo di testimonianze orali o scritte le cose si complicano ulteriormente rispetto ad una testimonianza fotografica.

Avevamo già detto che la semplice lettura di una fotografia porta con sé tanti quesiti come la predisposizione del fotografo ad acquisire la scena, la sua posizione assunta rispetto agli elementi presenti, il suo pre-giudizio, eccetera. La testimonianza orale, o scritta, ha  delle peculiarità aggiuntive. Vediamone alcune. La testimonianza può assumere la forma narrativa o di dialogo tra soggetti. Un caso specifico di dialogo è l’interrogatorio giudiziario. C’è chi pone le domande e chi è chiamato a rispondere.

E’ inevitabile che la risposta venga condizionata dalla domanda, poiché la domanda può essere a tratti parziale o capziosa, suggestiva o incomprensibile, addirittura fuori contesto, ma può anche essere ripetitiva al fine di generare risposte multiple e/o contraddizioni. Bisogna inoltre tenere conto che gli interrogatori giudiziari danno origine a trascrizioni nelle quali, inevitabilmente, si perdono toni, sottolineature, sfumature di linguaggio, la gestualità dei dialoganti, lo stato psicologico del testimone e altro ancora.

Analizzando la trascrizione dialogica il lettore, nella fattispecie il giudice e/o la giuria popolare, dovrebbero mettere in conto queste perdite. Molte incomprensioni nella lettura dipendono dalla sottovalutazione di questo problema. Nella pratica quotidiana del Tribunale, Pm (pubblico ministero) e avvocati delle parti sanno usare formule e modalità di interrogazione volte a ottenere il risultato desiderato, che non necessariamente è legato alla verità, ma all’effetto suggestivo nei riguardi degli uditori che la risposta genera.

Queste riflessioni sono solo una  minima parte dell’analisi della testimonianza che è ancora molto più complessa, come la qualità del testimone, non solo per quel che sa o crede di sapere, ma anche la sua emotività e il modo di porsi durante l’interrogatorio o deposizione che sia (sicuro di se stesso, naturalmente impacciato, timido, carente o meno di vocaboli, ecc.).

Qui ci limitiamo a ricordare il già citato testo di Alessandro Miconi che offre una disamina completa ed articolata sul tema della testimonianza, non dimenticando che ogni risposta del teste e/o dell’indagato, a sua volta, genera una interpretazione dell’interrogante in base al suo vissuto, noto come effetto specchio, ampiamente trattato nelle Neuroscienze. (V.  https://www.researchitaly.it/successi/neuroni-specchio-questione-aperta/).

Se parliamo di testimoni oculari, essi diventano “testimonisolo dopo il fatto. Prima dell’evento il comportamento di colui che diventerà testimone sarà indifferente rispetto a quello che è l’evento – in quanto non ancora accaduto – a meno che egli sia l’attore dell’evento stesso (come lo è di solito un reo confesso). Un esempio per tutti. Stiamo passeggiando lungo un marciapiede e poco lontano si verifica un incidente stradale. Quando lo percepiamo? Ovviamente, quando sentiamo il botto.

Ecco scattare in noi, più o meno inconsapevoli della sequenza oggettiva, la necessità di dare coerenza a ciò che ha attirato la nostra attenzione e ricostruiamo in noi stessi un filmragionevole che dia conto di ciò che è accaduto, alla luce della nostra esperienza pregressa o dell’apparente buon senso.

Se poi, in udienza, veniamo incalzati con domande suggestive corriamo il rischio di essere molto dettagliati, il che è poco congruo. L’esempio è calzante perché ricordiamoci che un urto tra due autoveicoli avviene mediamente in  100 millisecondi e poi c’è il nostro tempo di reazione, c’è l’atto di volgere lo sguardo e fissare l’attenzione, ecc.. C’è che un’auto a 50-55 km/h percorre 14-15 metri in un secondo.

Sono valori che possiamo verificare facilmente su internet scrivendo “crash test”, “tempo di reazione” e/o “tempo di reazione psicotecnico”. Quando finalmente puntiamo lo sguardo e diventiamo “veri” osservatori sono passati forse secondi e le auto si trovano già pressoché in quiete e distanti alcuni metri dal punto d’urto. Questo sia per effetto del rimbalzo dei mezzi coinvolti, sia perché hanno percorso traiettorie condizionate dalla posizione dei rispettivi volanti post-urto.

Potremmo definire la nostra eventuale testimonianza come frutto dell’elaborazione di “una parte per il tutto”. In questi casi sarà solo una corretta ricostruzione cineto-dinamica dell’evento, che a sua volta sarà frutto di calcoli a partire dai rilievi planimetrici dei luoghi, dalle tracce di pneumatici sull’asfalto, dalla proiezione di frammenti di vetro o plastica (parabrezza, fanalini, ecc.), dalla forma delle deformazioni sui lamierati ed altro, a raccontarci forse com’è andata, al di là del nostro ruolo di testimoni oculari.  

Che cos’è una parte per il tutto? Se ci mostrano l’immagine del calcio di una pistola, nella nostra mente, per sostrato esperienziale, si forma la pistola intera; ciò vale se cogliamo di sfuggita ad un semaforo il retro di un autoveicolo, automaticamente ne deduciamo forma complessiva, marca e modello.

Ho introdotto il concetto di “una parte per il tutto” perché nella prossima puntata discuteremo di una serie di testimonianze oculari a tratti incongruenti, “suggestive” o “suggestionate” incentrate sulla bicicletta di Alberto Stasi che era entrata prepotentemente nel dibattito processuale relativo all’omicidio di Chiara Poggi. Sono testimonianze che ho avuto occasione di studiare con i miei discenti parecchi anni or sono.

  • – continua –
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