Il “villano” di Istanbul non sarà mai un europeo ma sfrutta la situazione

A parte la magrissima figura con la von der Leyen il capo del regime turco non sarà mai uno dei nostri. Sfrutta le buone occasioni a suo vantaggio e non intende cedere di un millimetro sul rispetto dei diritti umani. Quanti giornalisti e dissidenti si trovano nelle carceri turche? E che dire del genocidio curdo?

Roma – Un paio di mesi fa la grancassa mediatica e il “Circo Barnum” dell’informazione rimasero sconvolti per il famoso caso “poltrone e sofà” o della “sedia negata” che dir si voglia. Caso che per qualche settimana creò scompiglio nelle diplomazie europee e subbuglio nelle redazioni giornalistiche, soprattutto quelle dedite al gossip ed alla politica di piccolo cabotaggio. Per poi scomparire dai radar della giostra mediatica. Il dovere di cronaca ci impone di riportare i fatti così come si sono manifestati.

Ursula von der Leyen e Charles Michel

La presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen ed il presidente del Consiglio europeo Charles Michel da una parte ed il premier della Turchia Recep Tayyip Erdoğan dall’altra, si erano incontrati in un incontro ufficiale per discutere dei seguenti temi: rilanciare le relazioni diplomatiche tra l’UE e la Turchia, il miglioramento dei rapporti con Grecia e Cipro, continuare ad ospitare profughi siriani e il rispetto dei diritti umani.

Durante l’incontro scoppiava il casus belli. Von Der Leyen rimaneva in piedi, perché per lei non c’era una sedia disponibile e dopo un attimo di stupore misto ad imbarazzo, la presidente si sedeva in disparte su un divano. Quasi a fare da contorno mentre i maschi rimanevano seduti sulle loro cadreghe, tronfi, manifestando cosi la loro sicumera maschilista.

Il protocollo cerimoniale delle diplomazie non conta in Turchia

Ora, a parte i protocolli cerimoniali delle diplomazie internazionali non rispettati, rimaneva fuori luogo anche il fastidioso sgarbo del presidente del Consiglio europeo che avrebbe dovuto, per solidarietà, rifiutare di stravaccarsi sulla poltrona.

E’ pur vero che in democrazia e nelle relazioni internazionali la forma non è ciò che appare bensì ciò che è, ma la polemica che ne scaturiva sapeva tanto di lana caprina. E’ un po’ come il cane che abbaia alla luna, tanto per intenderci.

Recep Tayyip Erdoğan presidente della Turchia

Del resto considerare la Turchia di Erdogan uno stato democratico vuol dire essere ottimisti nella migliore delle ipotesi, visionari e in mala fede nella peggiore. Almeno dal punto di vista di una democrazia liberale.

Ovvero promozione e protezione dei diritti e delle libertà individuali, separazione dei poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario), libere elezioni, suffragio universale. Il tutto sancito da una Costituzione che viene intesa come limite all’autorità del governo e come garanzia dello Stato di diritto.

La democrazia garantisce lo Stato di diritto

Non sembra che questi requisiti facciano parte del modus operandi dello Stato turco. Per i diritti e le libertà individuali chiedere alle donne e alle minoranze, i Curdi in primis. Inoltre agli oppositori politici, la gran parte dei quali è in carcere.

Così come molti giornalisti invisi al potere. Erdogan, il sultano d’Ankara, è ancora in sella vivo e vegeto, a dettare l’agenda politica europea. Sì perché fa parte di quella congrega di personaggi che, per questioni geopolitiche e di interessi economici delle maggiori potenze mondiali, vengono appoggiati e sovvenzionati, con cui si fanno affari e guerre.

Poliziotti turchi reprimono una manifestazione contro il governo a Istanbul

Pecunia non olet, dicevano i latini. Il denaro non puzza e neppure la politica, aggiungerei. Non è né il primo, né l’ultimo, purtroppo. Una volta strizza l’occhio agli Usa, una volta alla Russia di Putin (altro grande campione di democrazia) un’altra all’Europa. La crisi di poltrone e sofà è stata molto grave se lo sgarbo e l’offesa li consideriamo rivolti al ruolo di rappresentanza della donna.

Ha rischiato, tuttavia, di spostare l’attenzione dalla vera questione. Ovvero il rais turco non ha alcuna intenzione di cedere su 4 punti: la Libia, i diritti umani,  i profughi e le frontiere marittime del mediterraneo orientale. D’altronde si è preso in casa tre milioni di profughi, incassando miliardi dall’Europa. E ci ricatta sulla rotta balcanica. Una fuga di migranti, di disperati e dannati della terra.

La Turchia spinge i profughi verso l’Europa

Molte di queste figure errabonde sono donne. Queste sì, senza sedia e senza prospettive. Paghiamo il “villano di Istanbul” per tenere questo esercito di afflitti il più lontano possibile da noi.

Ecco perché le polemiche sono apparse pretestuose. Un certo giornalismo nostrano, come spesso succede, si sofferma sulla pagliuzza e non sulla trave.

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