Libia, la “terrorista” della Quinta Sponda

Centinaia di migranti riportati a Tripoli sono finiti in galera. Fra loro anziani, donne e bambini che subiscono abusi di ogni tipo dai loro aguzzini. La denuncia proviene dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Dal nostro ministero degli Esteri tutto tace.

LampedusaComplici la bella stagione e il mare poco mosso non si arresta la strage di migranti annegati mentre tentano di raggiungere l’Europa attraverso barconi e barchini male in arnese tanto da trasformare il fondale del Mediterraneo in un vero e proprio cimitero.

E proprio domenica scorsa si è sfiorata l’ennesima tragedia quando un’imbarcazione partita dalla Libia occidentale aveva raggiunto le acque di competenza italiana nel Canale di Sicilia lanciando l’allarme, quando si trovava ancora in acque Sar maltesi, per un guasto al motore ad Alarm Phone, il centralino dei migranti creato nell’ottobre 2014 da reti di attivisti della società civile in Europa e Nord Africa.

“…L’acqua è entrata nella barca e il motore non funziona…” ha twittato l’Ong facendo riferimento alla telefonata ricevuta poco prima. E ancora: ”…Da ieri nessuna notizia delle 100 persone. La cosiddetta Guardia costiera libica riferisce di stare sorvegliando l’area ma non conferma il soccorso di questa barca. Crediamo che le persone siano state in mare per oltre 24 ore. Temiamo per le loro vite…”.

Fortunatamente le unità italiane sono riuscite a raggiungere l’imbarcazione alla deriva e a soccorrere i 73 migranti. Lo scorso fine settimana la nave Sea-Eye4 avrebbe salvato 330 migranti in cinque distinti episodi di soccorso nel Mediterraneo. E sempre domenica scorsa 47 migranti sarebbero caduti in acqua da un gommone in difficoltà al largo di Khoms, in Libia.

Notizia fornita sempre da Alarm Phone che aveva scritto su Twitter ”…Un parente ha parlato con le 100 persone in pericolo e ci ha detto che metà del gommone si è sgonfiato. Ha detto che 47 persone sono cadute in mare. Necessitano ricerca e soccorsi immediati. Non lasciatele annegare…”. Non si sa se poi siano riuscite o meno a risalire a bordo.

Inutile sottolineare che l’hotspot lampedusano sia ormai al collasso da tempo. Partenze su partenze dalla costa libica che sembrano essere la reazione, da parte dei trafficanti libici, alla scarcerazione del boss Abd al-Rahman alMilad, noto anche come al-Bija.

al-Bija

Sei mesi di carcere con l’accusa di traffico di esseri umani e contrabbando di petrolio e armi, anche se sembra sia stata più una ”consegna concordata” che doveva servire a ripulire la fedina penale e ad accrescere il suo carisma tra i miliziani di al-Nasr, al punto che è stato rilasciato dalla Procura per mancanza di prove.

Un trafficante che dopo la caduta di Gheddafi aveva preso il controllo prima della raffineria di Zawiya e poi del porto, diventando ben presto una figura egemone del capoluogo della Tripolitania.

Fondamentale nella sua ascesa al potere è stato il sodalizio con Mohammed Kachlaf, leader della milizia Shuhada al-Nasr, sospettata di contatti con la criminalità organizzata internazionale, comprese le mafie italiane e maltesi.

Kachlaf gestiva un centro di detenzione per migranti che costituiva parte integrante della filiera della tratta di esseri umani.

L’influenza esercitata a livello locale ha così permesso ad al-Milad di penetrare all’interno delle istituzioni unitarie appoggiate dall’ONU, nonché di ”legalizzare” le sue attività, tra cui il centro di detenzione locale divenuto struttura ufficiale.

Insomma un referente ”obbligato” per tutte quelle realtà criminali attive sulla costa che organizzano le traversate della disperazione e ora ricercato anche dall’Interpol.

Un personaggio che, all’epoca dell’esecutivo Gentiloni nel 2017, era stato accolto dal nostro Paese perché inviato dall’ONU, a cui avrebbe fornito un passaporto con dati falsi. Documento in seguito risultato originale e ancora in corso di validità, come verificato sia dall’Interpol che dal Comitato per le sanzioni del Consiglio di sicurezza.

Paolo Gentiloni

Le Nazioni Unite e l’Ue hanno appena confermato le sanzioni per al-Bija, che prevedono il congelamento dei beni – mai eseguito a Tripoli – e il divieto di espatrio.

Solo domenica scorsa circa 600 persone sono state riportate a Tripoli e a Zawiyah dalla guardia costiera libica, tra cui molte donne e bambini. Tutti naufraghi che, una volta rientrati in patria, vengono tradotti in carcere. “Finiscono in un sistema di abusi dove nulla funziona e allora non ci siamo, non è giusto” ha dichiarato Filippo Grandi, capo di Unhcr-Acnur, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

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