Dopo il Grande Fratello arriva Pegasus

Un ladro che non lascia scampo a telefonini e tablet. Il sistema israeliano di spionaggio se la ride di password e antivirus e si pensa che siano stati sottratti dati sensibili a un numero imprecisato di giornalisti, manager, politici e capi di Stato ma, quasi certamente, anche ad altre categorie di persone. La domanda è sempre la stessa: chi ci ha fatto soldi a palate?

Roma – A rischio la libertà di stampa e quella di ogni cittadino. Un’indagine del Washington Post e di altre testate internazionali, tra cui il britannico The Guardian, ha fatto affiorare un ginepraio relativo al software Pegasus. Originato per consentire ai governi di seguire criminali e terroristi, in realtà il sistema è stato usato per spiare reporter, giornalisti, attivisti dei diritti umani, manager e politici di mezzo mondo.

Autorità, politici, giornalisti e attivisti spiati con il software israeliano Pegasus

Sarebbero 180 i giornalisti e 13 i capi di Stato spiati, addirittura persone dell’entourage di Khashoggi, il giornalista saudita ucciso molto probabilmente da agenti dei servizi segreti del suo Paese.

Nella mitologia greca Pegaso era il più famoso dei cavalli alati, nella realtà odierna Pegasus è un software ideato per superare le difese degli iPhones e degli smartphone Android. Ed è un autentico figlio di puttana perché, come pare, i suoi attacchi non lasciano tracce. Delle consuete misure utilizzate per protezione, come password, sia ordinarie che complesse, e antivirus se ne fa un baffo.

Jamal Khashoggi

Si insinua come un rettile per sottrarre foto, registrazioni, dati relative alla localizzazione, telefonate, password, registri di chiamata, post pubblicati sui social e non solo. Il cyber-ladro può attivare anche telecamera e microfono dello smartphone cosi da vedere e sentire qualsiasi collegamento.

Il software è stato costruito dall’azienda israeliana NSO Group (Network Search Optimization – trad. Ottimizzazione della ricerca di rete), leader nella produzione di questi infernali aggeggi e di armi informatiche.

Secondo il Washington Post vanta clienti dislocati in 40 paesi. Ha uffici in molte parti del mondo e nel 2020 ha registrato un fatturato record di 240 milioni di dollari, secondo l’agenzia di rating Moody’s, alla faccia del Covid.

La maggioranza delle azioni appartiene ad una società finanziaria con sede a Londra. L’azienda ha cercato di minimizzare considerando “privi di fondamento i risultati dell’inchiesta” e sostenendo di “non gestire il software ceduto ai propri clienti, non avendo elementi riguardanti l’attività di intelligence“. Of course

Al contrario la medesima azienda ha sottolineato di “aver messo in azione da tempo tutte le misure necessarie per evitare abusi, tra cui anche la chiusura del sistema di clienti“. Argomentazioni che lasciano il tempo che trovano, anche perché fino ad ora non è mai capitato, a memoria d’uomo, che un personaggio, un’azienda o una società al centro di inchieste giornalistiche ammettano i fatti a loro ascritti.

Si rifugiano tutti nella solita tiritera: si tratta di notizie false e tendenziose. Ma la domanda che dovremmo porci è “cui bono?” Chi ne beneficia?

Anche il presidente francese Emmanuel Macron sarebbe nella lista degli spiati. Le lobby italiane tremano.

Al di là di queste scaramucce l’aspetto più inquietante è la possibile diffusione capillare di questi software che non lasciano scampo. Da quando il mondo è mondo in ogni società ci sono sempre stati strumenti di varia natura per il controllo sociale, ultimo in lizza il famigerato Green-pass. E su questo argomento ci sarebbe tanto da dire.

Ma una pervasività siffatta, una commistione tra il lecito e l’illecito, questa predominanza di zone chiaroscure, come vediamo ai nostri giorni, non ci sono mai stati o, forse, non ce ne siamo mai accorti. Certo noi comuni mortali non abbiamo nulla da nascondere e nessuno avrebbe motivo di spiarci, fisco a parte.

D’ora in avanti non si dirà più “taci, il nemico ascolta!” ma “occhio, c’è Pegasus in agguato!”             

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