Per valorizzare l’enorme patrimonio culturale, storico, paesaggistico e naturalistico occorre una politica seria che non c’è mai stata. E la mafia peggiora le cose.
L’economia del mare in Sicilia vale svariati miliardi di euro. La Sicilia è l’isola più grande del Mediterraneo. Conosciuta anche con l’antico nome di Trinacria per via della sua iconica forma triangolare e per i suoi tre promontori. O come la perla del Mare Nostrum per il suo inestimabile patrimonio paesaggistico, storico e culturale.
Ebbene questo inestimabile scrigno vale circa 17,4 miliardi di euro! E’ quanto ha affermato il report “La Blue Economy o Economia del Mare in Sicilia”, a cura del Centro Studi Economici della Fondazione BAPR (ente senza scopo di lucro per la valorizzazione del territorio siciliano). La “Blue Economy” è un modello di sviluppo sostenibile focalizzato sull’uso responsabile, la conservazione e la valorizzazione delle risorse e degli ecosistemi marini e costieri.
Il suo obiettivo è conciliare la crescita economica e la creazione di posti di lavoro con la tutela e la rigenerazione dell’ambiente. Comprende una vasta gamma di attività: turismo costiero e marino; trasporti e logistica; pesca e acquacoltura; energie rinnovabili marine e biotecnologie. Sebbene condivida con la “Green Economy” il tema della sostenibilità, si differenzia da essa per il principio della “biomimesi” (imitazione dei processi naturali), puntando all’eliminazione totale degli sprechi e trasformando i rifiuti in nuove risorse.
Si tratta di un settore economico che incide del 6% sul PIL (Prodotto Interno Lordo) regionale e in cui sono occupati 102mila lavoratori. Secondo gli autori si potrebbe fare molto di più, con una produzione maggiore di circa 1 miliardo di euro. L’economia del mare, infatti, è talmente ramificata che il suo flusso si riversa anche su attività commerciali e industriali.
Inoltre, confermando la sua vitalità, negli ultimi anni sono sorte 4 mila imprese ex novo, spia di un fenomeno in espansione capace di attirare risorse imprenditoriali. Oltre il 2/3 della Blue Economy è rappresentato da 2 grandi filiere: 1) turismo, sempre molto attrattivo grazie alle sue spiagge, ai piccoli centri costieri e alle bellezze naturalistiche legate ai territori marini; 2) logistica e trasporti.
Grazie alla sua posizione geografica l’Isola è un ponte tra Europa, Africa e Medio Oriente. Un aspetto molto significativo in una Regione in cui, spesso, emergono difficoltà di vario tipo, è costituito dall’inclusione sociale e dall’occupazione, che riesce ad assorbire una buona fetta di lavoratori. Per di più c’è da registrare che 1/3 circa delle aziende del comparto sono guidate da donne, una percentuale superiore anche alla media nazionale. Ma, come spesso accade, il veleno è nella coda.
Accanto a questi parametri positivi c’è da segnalare lo squilibrio produttivo, rispetto al resto del Paese. L’economia definisce la produttività come la misura dell’efficienza con cui le risorse (input) vengono utilizzate per generare beni o servizi (output). Si calcola come il rapporto tra il risultato ottenuto e le risorse impiegate. Nell’Isola, in media, si producono 53.700 euro di valore aggiunto (l’incremento di valore di un bene o un servizio), nel resto del Paese 62.100 euro.

Secondo le stime, una volta recuperato il divario di 8400 euro per addetto, si potrebbe produrre 1 miliardo ulteriore di euro all’anno. L’economia del mare isolano è bloccata dalla sua composizione strutturale, costituita da piccole imprese scollegate tra loro, in un comparto estremamente parcellizzato, che investe poco o nulla in innovazione tecnologica.
Tutte criticità che potrebbero essere superate da una politica industriale regionale per l’accorpamento delle piccole imprese, digitalizzazione dei processi produttivi e investimenti nelle infrastrutture. Scorrendo il report si è avuta la netta sensazione di trovarsi di fronte ad una campagna promozionale dell’assessorato al Turismo della Regione Sicilia. Ma tant’è.
Come può un Centro Studi che si definisce tale a non menzionare, in alcun modo, un fenomeno così radicato e diffuso come la mafia? Un settore così florido, almeno com’è stato descritto, non ha attirato l’attenzione di un’organizzazione che controlla il territorio dove non si muove foglia che essa non voglia?
Difficile da credere. Se fosse successo, sarebbe un vero e proprio miracolo…