Hormuz non c’entrava nulla, l’ennesima beffa del petrolio

Il prezzo del greggio crolla dopo la pace di facciata in Medio Oriente ma non quello dei carburanti ai distributori, dimostrando che i blocchi navali erano solo un paravento.

Se c’è una lezione che la geopolitica degli ultimi anni ci ha impartito è che la paura è la merce più preziosa sul mercato dei furbi. Per mesi ci hanno propinato lo spettro dello Stretto di Hormuz bloccato, dello scoppio imminente della terza guerra mondiale e della catastrofe energetica globale.

Ci hanno detto – e il governo Meloni si è prontamente accodato alla narrazione, a testa bassa e senza porsi troppe domande – che l’impennata dei prezzi alla pompa era lo scotto inevitabile da pagare per le tensioni geopolitiche internazionali, un “destino cinico e baro” contro cui Palazzo Chigi non poteva fare nulla se non confermare le accise. Ora, i nodi vengono finalmente al pettine e la realtà squarcia il velo dell’ennesima, colossale presa in giro ai danni dei cittadini.

Il petrolio è in picchiata libera. Il Brent viaggia ormai sotto i 78 dollari al barile e il Wti americano arranca intorno ai 75. Siamo vicini ai minimi storici del periodo. E qual è la causa di questo crollo verticale? L’accordo firmato dal presidente statunitense Donald Trump e dal leader iraniano Masoud Pezeshkian per mettere fine alle ostilità in Medio Oriente.

Il petrolio è in picchiata libera (grafico Investing.com)

Il grande “militarista” della Casa Bianca, l’uomo che prometteva sanzioni d’acciaio e pugno di ferro contro Teheran, ha praticamente “calato le braghe” nel modo più clamoroso. Pur di portare a casa un risultato d’immagine immediato da spendersi sui propri canali social, Trump ha firmato un patto che indebita gli Stati Uniti sino al collo e legittima lo storico nemico sciita. Un altro, colossale bluff di una politica globale che si muove solo per slogan e tornaconti personali.

La vera ipocrisia, quella che tocca direttamente i portafogli delle famiglie italiane, si consuma ai distributori. Con il greggio a 75 dollari, la benzina in modalità self service sulla rete stradale nazionale staziona ancora alla cifra assurda di 1,862 euro al litro, mentre il gasolio viaggia addirittura a 1,963 euro (sfondando abbondantemente i 2 euro in autostrada).

Ci avevano spiegato che quando il petrolio sale, i prezzi alla pompa devono adeguarsi immediatamente per i costi di rifornimento delle compagnie. Ora che il greggio crolla, scopriamo invece che la filiera della raffinazione frena, che le quotazioni del gasolio mostrano persino un “lieve rimbalzo” intermedio e che i ribassi si misurano nell’elemosina di pochi millesimi al giorno.

Petroliera in navigazione verso lo Stretto di Hormuz

Hormuz non c’entrava nulla, l’emergenza era un paravento e i mercati speculano oggi esattamente come speculavano ieri. Resta sul campo l’amarezza di un Paese, il nostro, governato da leader bravissimi a fare propaganda quando sono all’opposizione, ma pronti a farsi prendere in giro dai colossi dell’energia e dai partner internazionali non appena mettono piede nelle stanze del potere.