Il mistero irrisolto della “minestrina al cianuro”

Il 22 febbraio del 2000, nel quartiere di San Lorenzo, una sociologa di ventinove anni muore avvelenata.

Roma – Il 10 aprile 2002, in un’aula della Corte d’assise di Roma, Daniela Stuto scoppia in lacrime mentre il giudice legge una sentenza che chiude, senza risolverlo, uno dei casi più controversi della cronaca romana degli anni Duemila: assoluzione per non aver commesso il fatto. La studentessa siciliana di Psicologia, ventisei anni all’epoca dei fatti, aveva trascorso una notte in cella e quindici mesi ai domiciliari con l’accusa di aver avvelenato con il cianuro la sua coinquilina, la sociologa pesarese Francesca Moretti. Verrà poi risarcita con 52mila euro per l’ingiusta detenzione.

Bisogna tornare al 22 febbraio 2000 per ricostruire l’ultima giornata della giovane sociologa. Francesca, ventinove anni, si è trasferita a Roma da qualche anno per lavorare nel sociale con l’Opera Nomadi e vive in un appartamento di via Scalo di San Lorenzo insieme a Daniela e a un’altra coinquilina, la cameriera romena Mirela Nistor. Da giorni è bloccata a letto per un forte dolore alla schiena, curato inizialmente come una banale lombosciatalgia.

L’appartamento di via Scalo San Lorenzo

Quel pomeriggio mangia una minestra vegetale preparata da Daniela, con l’aggiunta di un formaggino, e una mela, poi torna a riposare. Quando Daniela esce per fare la spesa e Mirela rientra dal lavoro, trova l’amica devastata da spasmi atroci, la pelle coperta di ematomi: nel giro di due ore, Francesca muore all’ospedale San Giovanni. I medici, in un primo momento, pensano a uno shock da farmaci.

È solo cinque mesi dopo, con un ritardo che si rivelerà fatale per le indagini, che l’autopsia accerta la vera causa della morte: un avvelenamento da cianuro, sostanza che nella Roma di allora circolava illegalmente tra gli artigiani del metallo di San Lorenzo. Nel frattempo, però, l’appartamento delle tre ragazze non è mai stato sequestrato: pentolino, stoviglie, ogni traccia materiale di quell’ultimo pasto sono andati perduti, insieme a una fiala vista sotto il letto e mai repertata e alle chiavi di casa che risultano sparite dalla borsa di Mirela nei giorni successivi al delitto.

Gli inquirenti costruiscono comunque un’accusa contro Daniela, basata su un movente mai dimostrato – una gelosia a sfondo omosessuale dedotta da alcune telefonate scherzose tra amiche – e rafforzata da un dettaglio che sembra quasi una beffa del destino: durante un sopralluogo in campagna, a casa di uno zio della ragazza a Lentini, salta fuori un vecchio fusto di cianuro di quarant’anni prima, usato legalmente all’epoca per scopi agricoli. Non basterà a reggere il processo, che si chiude con l’assoluzione confermata anche in appello, quando sarà la stessa Procura a desistere.

Daniela e Francesca, amiche inseparabili

Restano, oltre vent’anni dopo, le piste che nessuno ha mai davvero battuto. C’è quella legata al mondo rom, all’amore travagliato tra Francesca e un uomo sposato con cinque figli, Graziano Halilovic, figlio del più noto Vajro Halilovic, capo della comunità di rom, la cui moglie (con cui Graziano aveva avuto 5 figli) l’aveva più volte minacciata. C’è l’ipotesi che Francesca possa aver assunto il veleno da sola, in un momento di forte prostrazione psicologica testimoniato dai suoi diari più cupi. E c’è quel diario del 2000, mai entrato negli atti d’indagine e distrutto dalla madre della vittima poco dopo la sua morte, che forse conteneva l’unica risposta che questa storia non ha mai avuto.