Il dossier presentato a Bruxelles svela la “filiera della disumanizzazione”: migliaia di profughe catturate dalla Garde Nationale e cedute alle milizie. Stupri sistematici e fosse comuni al confine nel silenzio dei programmi di cooperazione internazionale.
Un sistema metodico di riduzione in schiavitù che trasforma gli esseri umani in merce di scambio, dove le donne vengono vendute in lotti, talvolta scambiate per poche taniche di carburante o piazzate attraverso veri e propri cataloghi per gli acquirenti. È questo il quadro agghiacciante che emerge da “Women State Trafficking”, il rapporto investigativo curato da Asgi e altre organizzazioni internazionali, citato da La Repubblica, che documenta l’incubo delle migranti lungo la rotta tra Tunisia e Libia.
Secondo la ricerca, la Garde Nationale tunisina — spesso destinataria di fondi europei per il controllo delle partenze — catturerebbe le donne in mare o nei campi improvvisati per poi consegnarle alle milizie libiche. Un ciclo di violenza che, tra giugno 2023 e dicembre 2025, avrebbe coinvolto almeno 7.400 persone.
La filiera della violenza e lo stupro come “metodo”
Il rapporto identifica luoghi precisi della tortura, come la caserma di El Meguissem in Tunisia e il lager di Assalah in Libia. Qui, lo stupro non è un atto isolato ma uno strumento di dominio standardizzato, funzionale a piegare la resistenza delle vittime per estorcere riscatti alle famiglie o per avviarle alla prostituzione forzata. Le testimonianze descrivono trasferimenti inumani su camion per animali e la presenza di fosse comuni nel deserto, dove finisce chi prova a ribellarsi o chi non sopravvive ai pestaggi.
Le responsabilità politiche
Il dossier, presentato al Parlamento Europeo, solleva interrogativi pesantissimi sulle politiche di esternalizzazione delle frontiere dell’Italia e dell’Unione Europea. Nonostante la Tunisia sia classificata come “Paese sicuro”, l’inchiesta dimostra come le autorità locali siano parte integrante di una rete di sfruttamento che disumanizza le persone prima di immetterle nel mercato nero del traffico umano. Per i ricercatori, non si tratta di incidenti di percorso, ma di una dinamica strutturale che sfrutta l’assenza di protezione legale dei migranti per generare profitto attraverso il lavoro forzato e il riscatto.