E’ morto l’ultimo padrone del vapore

Da radiotecnico qual era aveva realizzato un impero industriale nel campo dell’elettronica di consumo. Poi l’avvento dei televisori e radio giapponesi e cinesi aveva messo a dura prova la vendita dei sempre famosi e indistruttibili apparecchi Mivar. Vichi aveva tentato, senza successo, di vendere prima e riconvertire dopo un’area industriale nuova di zecca. Si è spento a 98 anni con tanti sogni nel cuore.

Abbiategrasso – “…Ieri mi sentivo libero, oggi mi sento oppresso da questi quattro balordi che vincono le elezioni a pagamento!..”. Cosi esordiva anni fa Carlo Vichi, scomparso il 20 settembre scorso a 98 anni, già amministratore della Mivar, società in accomandita semplice di nota memoria industriale, quando l’intervista era ancora sul nascere.

Vichi sempre in mezzo ai suoi dipendenti

Dopo la rituale stretta di mano il grande radiotecnico di Montieri entra subito in argomento e va giù duro come la benna pneumatica di un escavatore: ”…Eccoci qui ma non ci piangiamo addosso – diceva Vichiquesta azienda, cosi com’è, la regalo al migliore offerente, ovviamente di origine asiatica, con la clausola di pensare soprattutto al destino dei miei dipendenti. Come dire fabbrica e operai, pacchetto unico!..”.

L’interno della fabbrica Mivar di Abbiategrasso

Il “padrone” si siede dietro una scrivania progettata di sana pianta dal suo cervello ancora lucidissimo. Il mobile è comodo, pratico, di tipico stile italiano e le sedie escono fuori dal corpo del tavolo in legno massello appoggiato ad un telaio di acciaio ben rifinito.

Il futuro della Mivar dei famosi televisori saranno i mobili per ufficio?: ”… Una linea per mobili professionali era già in produzione – aggiunge Vichi – ma in elettronica riteniamo di poter dire ancora qualcosa nonostante le difficoltà del momento. Ancora non abbiamo ricevuto nessuna proposta ma confido in un colosso mondiale che sappia apprezzare la mia offerta comunque vantaggiosa… Lei, piuttosto, come giornalista, si sente libero? E non fa nulla per combattere questo stato di cose?..”.

La città industriale progettata dal grande radiotecnico toscano

Carlo Vichi è un fiume in piena e rimpiange i bei tempi andati di quando c’era Lui, caro Lei, tanto per intenderci. Insomma il “grande vecchio” della Milano-Vichi-Apparecchi-Radiofonici (Mivar) che dal 1945 non si è fermato un attimo, non intende mollare e mostra con orgoglio il gigantesco stabilimento nuovo mai entrato totalmente in funzione.

Un gioiello progettato da lui (quasi in stile futurista come Filippo Tommaso Marinetti avrebbe voluto) che sembra una città vera e propria. Anzi una comunità suburbana autosufficiente dove si vivrebbe meglio che a casa propria:

”…In questa meravigliosa oasi di lavoro si posso realizzare le cose più disparate – continua Vichi ma che vuole ormai i tempi sono cambiati e nessuna istituzione si fa avanti. Sono venuti qui, hanno parlato, parlato, parlato. Fiumi di parole, poi se ne sono andati. Eccoli i politici di oggi. Solo chiacchiere inutili mentre una fabbrica come questa è costretta a chiudere con 1.200 dipendenti”.

La fabbrica che costruiva ottimi mobili per ufficio in alternativa e radio e tv

Carlo Vichi mi indica una delle tante epigrafi fasciste che campeggiano in fabbrica e poi perentoriamente intima agli astanti di leggerla: ”… Lei l’ha letta sino in fondo? – mi chiede quasi ordinandomi di rispondere – senta che pura verità a tanti anni di distanza: o si riesce a dare una unità alla politica e alla vita europea, o l’asse della storia mondiale si sposterà definitivamente oltre Atlantico e l’Europa non avrà che una parte secondaria nella storia umana…Firmato Benito Mussolini. Anche lei è ammutolito?…”.

Rispondo che i luoghi comuni, spesso, nascondono un’amara verità e in quell’occasione Mussolini vedeva lontano. Nonostante i detrattori di ieri e di oggi. La vecchia Europa deve fare in conti con i Paesi del sud-est asiatico, con gli Stati Uniti e con l’America latina. Ma questa è tutta un’altra storia:

”…Vede nel 1968 non ero d’accordo con le stronzate degli operai che avevano in bocca una sola parola: il diritto – conclude Carlo Vichima sono sempre stato in mezzo a loro. Io ho sempre pensato che la cosa più importante fosse il dovere. Il dover lavorare dalla mattina alla sera, senza rimandare a domani ciò che si può fare oggi. Ma oggi si ragiona in maniera diversa ed ecco dove siamo arrivati. Ad un metro dal baratro…”.

L’assemblaggio dei circuiti stampati dei famosi apparecchi Mivar

Nel frattempo Carlo Vichi “collauda” un suo tavolino assieme ai tecnici del reparto mentre la segretaria gli annuncia nuove visite e altre possibilità di affari con imprenditori stranieri. Vichi accoglie due professionisti che sono venuti a trovarlo da Milano e, tra una telefonata ed un appuntamento senza agenda, non perde occasione per entrare nel merito di mille argomenti: ”…L’ho già detto altre volte – afferma Vichi con gli occhi lucidi – vorrei che la mia gente tornasse a sorridere…”. E’ morto sereno il grande costruttore di radio e tv. Con lui scompare l’ultimo industriale autentico. Di nome e di fatto.

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