IL DIRITTO DI OPPORSI: UNA STORIA VERA

Un film che deve essere visto anche perché genera profonde riflessioni sul processo penale americano ed invita ad un confronto tra la giustizia penale a stelle e strisce e quella italiana spesso criticata ingiustamente.

Giovedì 30 Gennaio è uscito nei cinema italiani un film molto interessante, Il Diritto di Opporsi, che racconta una storia vera: un giovane avvocato americano di colore decide, dopo la laurea conseguita in una prestigiosa università, di trasferirsi in Alabama per fornire assistenza legale gratuita a chi è detenuto nel “braccio della morte” e che molto spesso è stato condannato dopo processi indiziari e senza prove certe.

Conosciamo quindi la storia di Walter McMilliam, un uomo di colore accusato ingiustamente di avere ucciso una ragazza bianca, solo per trovare un capro espiatorio da gettare in pasto alla comunità. Le forze dell’ordine sfruttano un pregiudicato a cui promettono uno sconto di pena per incastrare il sospettato, che viene condannato alla pena di morte senza possibilità di difendersi. Il giovane avvocato riesce a fare riaprire il caso tra molteplici difficoltà, sfidando l’ostracismo e il pregiudizio dello stesso procuratore (che arriva al punto di incriminare per falsa testimonianza il testimone chiave della difesa) e alla fine ottiene giustizia per il suo assistito.

Un film che deve essere visto anche perché fornisce lo spunto per più di una riflessione sul processo penale americano e invita a un confronto tra la giustizia penale d’oltreoceano e quella italiana, molto spesso criticata ingiustamente. Il sistema americano premia l’imputato ricco, con maggiori possibilità economiche e penalizza chi è povero e non può permettersi avvocati costosi. Per non parlare del colore della pelle che in molti frangenti, e soprattutto negli Stati del Sud, costituisce spesso un elemento fortemente discriminante.

Negli Stati Uniti esiste poi la giuria, che è chiamata ad assolvere o condannare l’imputato, mentre spetta al giudice stabilire il tipo di pena. La legislazione a stelle e strisce ha previsto l’istituto della giuria per evitare che un imputato antipatico a un giudice venga condannato solo per questo motivo, ma così facendo ha demandato a comuni cittadini (che devono decidere all’unanimità) un compito molto difficile, che spesso esula dalle loro competenze e capacità effettive. Ed ecco allora che l’istrionismo e la dialettica di avvocati particolarmente brillanti (e molto ben retribuiti) riescono a suggestionare e convincere uomini e donne con una scarsa preparazione giuridica.

Tutto questo non si verifica in Italia, dove la giuria è prevista esclusivamente per i processi davanti alla Corte d’Assise, e comunque ai sei giurati si affiancano due giudici togati che indirizzano le scelte del Collegio. I processi penali si svolgono davanti a magistrati (che hanno vinto un concorso dopo avere seguito un lungo percorso di studi giuridici) che sono chiamati in primo luogo a decidere sulla responsabilità dell’imputato e poi a infliggere la tipologia e l’entità della pena, con l’obbligo di motivare la loro decisione.

Lo spazio per avvocati affabulatori che “vendono fumo” è molto limitato: la medesima discussione finale, conosciuta più comunemente come arringa, non riveste più l’importanza di alcuni decenni fa. Il processo viene deciso durante l’istruzione dibattimentale attraverso l’esame e il controesame dei testimoni e la produzione di documenti. L’arringa serve solo per riassumere quello che è stato ormai acquisito e per “tirare le fila della vicenda”, ma nella maggior parte dei casi il giudice ha già deciso prima che l’avvocato inizi a parlare.

Casi come quello di O.J. Simpson, con evidenza colpevole di avere ucciso la moglie, ma assolto da una giuria suggestionata dai suoi legali che hanno trasformato il processo in uno scontro razziale tra bianchi e neri, dove l’ex giocatore di football è stato presentato come la vittima di investigatori bianchi razzisti, in Italia non possono verificarsi, stante il nostro ordinamento giuridico e le nostre regole processuali.

Per non parlare della legge americana che, dopo la commissione di tre reati (anche di lieve entità), consente di applicare sanzioni pesantissime al condannato, mentre il nostro codice penale prevede in tali casi l’istituto della continuazione che mitiga invece la pena (si applica quella prevista per il reato più grave che può essere aumentata sino al triplo) impedendo il cumulo materiale delle sanzioni.

L’ordinamento penale italiano, sebbene non immune da difetti (in primis tempi troppo lunghi per i processi), è senza dubbio più garantista ed equo di quello statunitense, che addirittura prevede la libertà su cauzione in fase di indagini, premiando anche in questo caso l’indagato più facoltoso. Recentemente il Consiglio dei Ministri ha approvato la riforma del processo penale, cercando di velocizzare i tempi del procedimento; non dobbiamo però dimenticare quanto di buono è stato fatto in passato dal nostro legislatore e quanto il nostro sistema penale sia migliore di quello di altri Paesi.

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