Chi ha interesse a svendere la Riserva?

Sembra che un privato si sia già aggiudicato all’asta diversi lotti di terreno che ricadono nella famosa Riserva protetta Diaccia Botrona e qualcuno vocifera che si continuerà a vendere. Sul piede di guerra i cittadini affiancati da Wwf, Gom e Cerm che intendono impedire la distruzione di una delle più importanti zone umide italiane.

Mentre il medico studia il caso, il paziente muore. E’ proprio il caso di dirlo. E’ un antico proverbio della tradizione popolare partenopea dal significato più che esplicito: mentre si cerca di trovare rimedi e soluzioni ad un problema, perdendo tempo, la situazione può precipitare. Nel nostro caso, mentre i potenti della Terra si riuniscono ad ogni piè sospinto, pontificando su crisi ambientale, economica e povertà dilagante, mostrando a chiacchiere di avere la soluzione pronta in tasca ad ogni problema, nei fatti se ne fregano del popolo, cornuto e mazziato.

Nei giorni scorsi una notizia, banale forse, che a stento meriterebbe qualche riga nel notiziario locale e che, invece è sintomatica di come le Istituzioni hanno a cuore il bene pubblico, ha destato interesse. Cos’è successo di tanto eclatante? La provincia di Grosseto ha indetto un’asta pubblica in cui un privato si è aggiudicato 950 ettari di terreni situati nel Comune di Grosseto, nell’area del Padule Aperto, che in parte fanno parte della Riserva Naturale Diaccia Botrona.

Questa zona è un’area naturale protetta caratterizzata da un ambiente tipico palustre che occupa una parte della pianura tra la città di Grosseto e la località costiera di Castiglione della Pescaia. Dichiarata zona umida di valore internazionale secondo la Convenzione di Ramsar del 1971, rientra tra i biotipi di rilevante interesse vegetazionale e faunistico meritevoli di conservazione in Italia. Inoltre la zona protetta è stata individuata come area a grandissima importanza per la sosta, lo svernamento e la nidificazione dell’avifauna acquatica.

L’area protetta

E’ risultante fondamentale per lo svernamento di anatidi (uccelli acquatici migratori) e la nidificazione di ardeidi, famiglie di uccelli a cui appartengono gli aironi. Infine è area importante per lo svernamento dell’oca selvatica, della gru e di caradriformi come la pavoncella o il piviere dorato.

Ed ancora luogo di residenza per specie di particolare importanza da punto di vista della conservazione naturalistica, come il lanario, il falco sacro e, addirittura, una gallina prataiola ed un’aquila imperiale. Quindi stiamo parlando di una zona considerata bene pubblico da Convenzioni internazionali, essenziale per la biodiversità.

Quest’ultimo è un altro di quei temi di cui si riempiono la bocca i nostri boriosi politici locali e nazionali, che forse non sanno nemmeno di che cosa parlano. Questa operazione ha suscitato la preoccupazione e l’indignazione di molti cittadini che si sono mobilitati indicendo una petizione per una raccolta di firme, indirizza alla Provincia di Grosseto, con lo scopo di difendere questo scrigno di biodiversità e, soprattutto la sua condizione di bene pubblico.

Se cedere beni pubblici poteva avere un senso, forse, quando l’obiettivo principale della strategia politica economica nazionale ed europea era ridurre il debito pubblico, oggi è da censurare. Anche perché stride enormemente come il raggiungimento di obiettivi della pubblica proprietà orientati alla biodiversità, che si è posto l’Unione Europea per il 2030. Infatti, nei documenti che l’Istituzione Europea ha presentato alla stampa, si parla anche di rinaturalizzazioni.

Ed è un paradosso, tipico delle acrobazie che riesce a compiere la politica italiana, che rischia di trasformare ambienti che naturali lo sono già all’origine, in beni privati. Nel caso in questione, è possibile nutrire ancora qualche speranza, in quanto non è stato ancora formalizzato il trasferimento di proprietà. Nello stesso bando sono state previste forme di prelazione e la proprietà può restare pubblica.

Se fosse ratificata la cessione, verrebbe meno l’unitarietà nella gestione della Riserva, come previsto dalla delibera n. 73 della Giunta Provinciale del 24/05/2006. Per le aree non ricomprese nella Riserva Naturale, destinate ad attività agricole, è lecito ritenere che l’unica attività compatibile con l’ambiente e con la biodiversità sia la coltivazione intensiva di cereali e piante erbacee.

Un’utilizzazione diversa vanificherebbe alcuni risultati conseguiti nel tempo, grazie all’espansione dell’area a divieto di caccia, operativa da dieci anni. Ci auguriamo che il medico, questa volta, non faccia morire il paziente.

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