Legge elettorale, la Camera boccia le preferenze

Un solo voto ha ribaltato l’emendamento di Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc sulle preferenze multiple, riaprendo lo scontro tra maggioranza e opposizione.

A ricordare che la partita non è chiusa è stato il presidente del Senato Ignazio La Russa, che dopo il voto ha sottolineato come il bicameralismo consenta a Palazzo Madama di modificare, anche in modo puntuale, quanto deciso alla Camera, precisando però che il regolamento del Senato non ammette lo scrutinio segreto su questo genere di votazioni e che quindi gli orientamenti dei singoli senatori risulterebbero pubblici.

È proprio la modalità del voto ad aver pesato sull’esito di Montecitorio: le opposizioni, tramite i capigruppo di Pd, M5S e Avs Chiara Braga, Riccardo Ricciardi e Luana Zanella, avevano chiesto che l’intero provvedimento fosse votato a scrutinio segreto, richiesta accolta dalla presidenza guidata da Lorenzo Fontana, che ha esteso il segreto a un centinaio dei duecento emendamenti presentati oltre che agli articoli 1, 2 e 3 e al voto finale.

In questo contesto è arrivata la bocciatura dell’emendamento numero 1.1077, che insieme al capolista bloccato avrebbe introdotto la possibilità di esprimere fino a tre preferenze nella stessa lista: 188 voti contrari contro 187 favorevoli. Un margine talmente ridotto da innescare reazioni immediate e opposte. Giorgia Meloni ha commentato sui social parlando di un’occasione persa per gli italiani, aggiungendo che valeva comunque la pena tentare e ha criticato l’esultanza delle opposizioni definendola eloquente rispetto a un voto che, a suo giudizio, ha impedito ai cittadini di scegliere i propri parlamentari.

Di segno opposto la lettura di Elly Schlein, che in Aula ha parlato di un voto contro l’arroganza di una leadership pronta, per difendere il proprio potere, a comprimere quello altrui, invitando la maggioranza a prendere atto del fallimento di questi anni e a lasciare il governo. Sulla stessa linea Riccardo Magi di +Europa, secondo cui il voto equivarrebbe a una sfiducia piena all’esecutivo, avendo la ministra competente rimesso la decisione al parere della commissione; il leader di +Europa ha ricostruito la vicenda come l’imposizione di un testo che il centrodestra avrebbe comunque portato avanti grazie ai numeri in Aula, numeri che ora, ha osservato, sarebbero venuti meno.

Diversa la lettura data dagli alleati di governo. Antonio Tajani ha derubricato l’accaduto a un incidente di percorso, non decisivo perché non riguardava la fiducia, invitando a proseguire nel lavoro parlamentare. Maurizio Lupi ha riconosciuto il peso politico della sconfitta ma ha respinto l’ipotesi di sospendere l’esame della legge, riservandosi una riflessione più ampia solo nel caso in cui l’intero provvedimento venisse respinto. Sul fronte opposto, Riccardo Ricciardi ha annunciato il ritiro di quasi tutti gli emendamenti di merito dei gruppi Pd, M5S, Avs, Iv e +Europa, parlando di una proposta che non meriterebbe più discussione; Filiberto Zaratti di Avs ha parlato di un’arroganza senza precedenti della maggioranza, mentre Chiara Braga del Pd ha definito l’esame in corso “una farsa” a cui il suo gruppo non intende più prestarsi, mantenendo però attive le proposte su fuori sede ed eletti all’estero.

Sul piano dei contenuti, la riforma resta divisa su nodi ancora irrisolti. Quello più politicamente esposto riguarda la parità di genere: la maggioranza vuole far scattare l’alternanza dal terzo nome in lista, lasciando aperta la possibilità che capolista e primo nome in scheda coincidano per genere, mentre le opposizioni pretendono che il vincolo valga già dal capolista. Strettamente legata è la clausola sul candidato premier, che obbliga liste e coalizioni a indicarne il nome al momento del deposito del contrassegno, pena l’inammissibilità della lista: una previsione che le opposizioni bollano come “premierato senza riforma”.

Sul fronte squisitamente elettorale, il sistema prevede un proporzionale con liste bloccate in collegi plurinominali e un premio di maggioranza, diviso in listini circoscrizionali, di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per chi superi il 42% dei consensi, con tetti rispettivamente di 220 e 113 eletti; sotto quella soglia, o in caso di risultati diversi tra le due Camere, si tornerebbe a un proporzionale puro, meccanismo che ora, dopo il voto odierno, dovrà comunque essere riscritto.

Restano poi le questioni più tecniche ma non meno divisive: l’esenzione dalla raccolta firme per le forze politiche già presenti con un gruppo parlamentare entro il 2025, che di fatto taglia fuori +Europa e i cosiddetti vannacciani; la riduzione delle aree della circoscrizione estero a due per la Camera e una sola per il Senato, contestata dalle opposizioni e l’emendamento che apre al voto nel luogo di domicilio, tramite un apposito albo comunale, per chi vi risieda da almeno nove mesi.