Trentadue anni fa un uomo mascherato sparò tre colpi ad Armando Blasi. Il caso sarà archiviato, senza un colpevole né un movente.
Milano – Sull’esterno del “Cuoco di bordo”, in via Cristoforo Gluck, resta ancora incassata in una nicchia un’àncora di ferro, unico ornamento marinaro di un ristorante di pesce che oggi non esiste più. È lì sotto, poco dopo la mezzanotte del 5 novembre 1994, che si consuma un agguato durato pochi secondi e destinato a restare senza risposta, almeno fino a oggi.
Come ogni sera, Armando Blasi, aretino, 49 anni, chiude il locale che gestisce dal 1979 insieme al fratello Franco. I due percorrono a piedi i trecento metri che li separano da casa, in viale Lunigiana, la stessa spaghettata notturna di sempre, una bottiglia di rosso in tasca. Non fanno in tempo ad arrivare. Un’utilitaria li supera, inchioda e dall’auto scende una sagoma scura, sottile, il viso cancellato da un cappuccio calato sul volto, una pistola già puntata contro di loro.
Ordina ai due fratelli di indietreggiare verso il portone. Franco obbedisce, fa tre passi indietro; Armando ne fa uno solo, accenna una reazione. Bastano tre colpi silenziati, sparati da distanza ravvicinata, che lo raggiungono al torace, alla pancia e al braccio. Si accascia sull’asfalto, ancora cosciente: chiede al fratello se è stato colpito, gli risponde di non capirci niente. Morirà tre ore dopo, al Fatebenefratelli.
Il killer non tocca un soldo. Nelle tasche di Armando restano gli 8 milioni e 790mila lire dell’incasso della serata, tra contanti e assegni. Non ruba, non minaccia, non parla se non per intimare ai due fratelli di stare indietro. Risale in auto, dove Franco intravede una seconda sagoma e sparisce nel buio di una via deserta, senza lasciare una targa da ricordare.
Sul fronte investigativo si muovono più piste, tutte destinate a spegnersi senza esito. Si parla di un affiliato alla criminalità organizzata calabrese che avrebbe da tempo cercato di estorcere denaro alla famiglia, ma i conti bancari e le cassette di sicurezza di Armando non restituiscono alcun riscontro. Si intercetta una telefonata sospetta, quella di un uomo che si fa chiamare “Capo” e che promette rassicurazioni vaghe a un familiare della vittima. Un mese dopo il delitto, un pregiudicato campano si presenta al ristorante con alcuni complici e ottiene con la forza un prestito, minacciando poi la famiglia per la restituzione: un episodio inquietante, ma successivo all’omicidio, che gli inquirenti non riescono a collegare con certezza alla sparatoria di novembre. Anche l’ipotesi di un regolamento di conti legato alla frequentazione del centro sociale Leoncavallo da parte del figlio minore di Armando viene esplorata e abbandonata per mancanza di riscontri.
A queste piste si sovrappongono i racconti raccolti tra i commercianti del quartiere, che restituiscono l’immagine di un uomo che forse un presentimento lo aveva davvero avuto. Il fruttivendolo di viale Lunigiana ricorda una frase buttata lì a fine estate, quella di qualcuno che gli avrebbe voluto fare del male; il salumiere di via Ponte Seveso racconta di una telefonata minatoria arrivata mesi prima, presa però più come uno scherzo che come un allarme reale; il pescivendolo della stessa via riferisce invece un timore espresso con insolita serietà, quello di temere per la propria vita. Nessuno di questi racconti, però, si trasforma in una prova.
Passano quasi tre anni senza che emerga nulla di solido. Il 7 luglio 1997 il Pm chiede l’archiviazione e nelle sue conclusioni fissa ciò che dell’indagine resta accertato: l’assassino non agisce per rapina, colpisce selettivamente Armando e un’aggressione così mirata può nascondere moventi assai diversi, dalla vendetta personale a un avvertimento indirizzato ai suoi familiari. Restano solo ipotesi, mai diventate certezze.