Ricina, il killer avrebbe colpito due volte per essere certo della morte

L’ipotesi choc degli inquirenti sul giallo di Pietracatella: il veleno somministrato in due tempi, la seconda dose dopo il parziale miglioramento di mamma e figlia.

Campobasso C’è un’ombra ancora più agghiacciante dietro la morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia 15enne Sara Di Vita, le due donne uccise dalla ricina a Pietracatella, il piccolo paese del Molise trasformato in un teatro del terrore. Gli inquirenti sono tornati a rileggere quelle drammatiche giornate tra Natale e Santo Stefano e adesso battono una pista che gela il sangue: qualcuno avrebbe somministrato il veleno in due tempi, colpendo una seconda volta proprio quando madre e figlia sembravano essersi riprese, per avere la certezza di condurle alla morte.

Il fulcro di questa nuova chiave di lettura è il 26 dicembre. Quel giorno Antonella e Sara sembravano essersi riprese dopo un primo passaggio al pronto soccorso e il ricovero all’ospedale Cardarelli di Campobasso. Sara, in particolare, dava segni di ripresa: era stata riportata a casa, appariva più forte e aveva perfino appetito. Ma è a quel punto che qualcosa si è rotto.

A riaccendere i sospetti è soprattutto il racconto di Alice Di Vita, la sorella maggiore, l’unico membro della famiglia a non aver mai accusato i sintomi che hanno stroncato la madre e la sorella e che hanno colpito anche il padre Gianni Di Vita. Secondo la sua ricostruzione, la mattina del 25 dicembre la madre era già a letto perché “si sentiva male”, e poco dopo anche Sara aveva cominciato ad avvertire gli stessi malori. Nel pomeriggio in casa era arrivata una zia che aveva praticato un’iniezione alle due donne, senza però alcun miglioramento.

Il 27 dicembre la situazione precipita del tutto. Sara, che il giorno prima aveva mangiato perché affamata, si ritrova a pronunciare frasi sconnesse, non più lucida: la ragazzina muore in ospedale dopo un malore mentre viene sottoposta a una Tac. La madre Antonella, dimessa e poi rientrata con un quadro clinico notevolmente peggiorato, si spegne il 28 dicembre, lo stesso giorno in cui la Procura di Larino dispone il sequestro dell’abitazione. Quel repentino tracollo, dopo i primi segnali di ripresa, secondo gli investigatori potrebbe coincidere con il momento in cui l’assassino ha colpito di nuovo. Se l’ipotesi fosse confermata, l’intento omicida sarebbe netto e spietato.

Al centro delle indagini c’è anche la conformazione della casa di via Risorgimento, dove la famiglia viveva tra il secondo e il terzo piano dell’edificio, con la zona notte in alto. All’esterno corre infatti una scala che conduce direttamente alla camera da letto di Alice, senza passare per l’interno dell’abitazione. Quel passaggio esterno, finora mai preso in considerazione, potrebbe essere stata la via attraverso cui il veleno è stato introdotto in casa. Nello stesso palazzo abita anche la madre di Gianni Di Vita, la nonna delle due ragazze, presso la quale la famiglia era stata ospite la sera della vigilia.

Le indagini della Squadra Mobile di Campobasso e della Procura di Larino proseguono su un doppio filone: da un lato l’omicidio premeditato contro ignoti, con il cerchio dei sospetti stretto attorno ad amici e parenti; dall’altro l’omicidio colposo che riguarda alcuni medici, posizione che potrebbe andare verso l’archiviazione. Nei prossimi giorni è atteso il sopralluogo dei super investigatori tedeschi dell’Istituto Robert Koch di Berlino, mentre restano sotto la lente i pasti dei giorni di Natale – la cena del 23 dicembre e la colazione del 24 – i cui resti sono già stati sequestrati e inviati in Germania per le analisi.