Giallo della ricina, la svolta passa dall’altare

Sentiti ancora don Stefano, parroco di Pietracatella, e la cugina di Gianni Di Vita. Il cerchio si stringe attorno a tre sospettati.

Campobasso – C’è un piccolo paese del Molise dove le bocche restano cucite, le finestre chiuse e i sospetti pesano come macigni. Pietracatella trattiene il fiato da mesi, da quando Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita sono morte avvelenate con la ricina, un veleno raro e spietato, nei giorni di Natale. Ora, dopo l’autopsia che ha messo il punto fermo sulla causa della morte, l’inchiesta della procura di Larino sembra avvicinarsi alla verità. E la chiave potrebbe custodirla un uomo di fede.

A tornare in Procura, per la seconda volta, è stato don Stefano Fracassi, il giovane parroco del paese, appena 33 anni. Non a Campobasso, dove sono stati ascoltati gli altri testimoni, ma direttamente davanti alla procuratrice, a Larino. Il sacerdote avrebbe raccolto una confidenza chiave di Antonella proprio il 25 dicembre, quando la piccola Sara accusava i primi malori. Un peso enorme sulle sue spalle: fino a che punto potrà parlare senza infrangere il segreto confessionale?

Gli investigatori, però, non gli avrebbero chiesto della confessione. Le domande hanno riguardato il contenuto di alcune chat, messaggi in cui Antonella avrebbe confidato al parroco situazioni che potrebbero ricondurre ai sospettati. Un particolare che, se confermato, sposterebbe l’ago della bilancia.

Nelle stesse ore è stata ascoltata anche Laura De Vita, 40 anni, insegnante di sostegno, cugina di Gianni Di Vita, il marito e padre delle vittime. È lei che ha ospitato l’uomo e l’altra figlia, Alice, dopo il sequestro dell’appartamento di famiglia. Sentita come persona informata sui fatti, avrebbe avuto rapporti freddi con Antonella.

Intanto, mentre sono in corso nuovi interrogatori, la scienza corre in parallelo agli inquirenti. Al Robert Koch Institut di Berlino gli esperti tedeschi hanno cominciato ad analizzare i campioni biologici delle vittime e dei familiari, oltre agli alimenti sequestrati in casa Di Vita: residui di pasti, borracce e un contenitore con una polvere scura. Si cerca la ricina nel cibo e, ad agosto, gli specialisti torneranno nell’abitazione di Pietracatella per dare la caccia all’ultima traccia del veleno.

Il cerchio, dicono fonti vicine all’inchiesta, si sta restringendo attorno a tre persone: familiari o conoscenti stretti delle vittime. Nessuno è ancora ufficialmente indagato, ma gli investigatori sono convinti di trovarsi davanti a un duplice omicidio volontario. La verità, forse, è più vicina di quanto sembri.