Morte avvelenate con la ricina: “Dose troppo elevata per essere salvate”

Le oltre 800 pagine della perizia hanno confermato la causa del decesso di madre e figlia, ma restano aperti gli interrogativi su come e da chi sia stato somministrato il veleno.

Campobasso – A distanza di mesi dalla tragedia di Pietracatella, in provincia di Campobasso, resta ancora da chiarire come la ricina sia entrata nel corpo di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, morte a ridosso dello scorso Natale dopo un pranzo in famiglia, e soprattutto chi le abbia intossicate. La lunga autopsia disposta sul caso, firmata da Benedetta Pia De Luca, Francesco Giovanni Battista Laterza, Alessandro Locatelli e Daniele Merli in collaborazione con il centro antiveleni Maugeri di Pavia, non è riuscita a sciogliere questo nodo, pur avendo stabilito con certezza la causa del decesso: un’intossicazione da tossine del ricino.

Gli esami tossicologici condotti sui corpi delle due donne hanno rilevato valori compatibili con un’intossicazione acuta, con concentrazioni di ricina pari a 722 ng/mL nel sangue della madre e a 630 ng/mL in quello della figlia. Il veleno sarebbe stato assunto, secondo la relazione, più probabilmente per via orale, e gli specialisti hanno individuato anche una finestra temporale plausibile per l’esposizione: la comparsa dei primi sintomi nella mattinata del 25 dicembre farebbe pensare a un contatto con la sostanza avvenuto tra il 23 e il 24 dicembre, giorni in cui la famiglia Di Vita aveva consumato diversi pasti legati alle festività.

La quantità di tossina riscontrata nell’organismo delle vittime sarebbe stata talmente elevata da rendere vano qualsiasi tentativo di salvarle. Nella perizia si legge infatti che, considerato l’elevato quantitativo di tossine individuate, l’assenza di un antidoto specifico e la rapidità con cui il quadro clinico si è aggravato, non si può affermare che una diversa condotta sanitaria avrebbe evitato il decesso. Una conclusione che va nella direzione di scagionare i cinque medici dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, attualmente indagati per omicidio colposo, dopo che le due donne, giunte in pronto soccorso poche ore prima di morire, erano state dimesse con una diagnosi di influenza intestinale.

Resta invece ancora tutto da accertare il capitolo delle modalità con cui il veleno sarebbe stato somministrato: non è chiaro se la tossina fosse stata mescolata a un cibo solido oppure sciolta in un liquido poi ingerito. Per provare a restringere il campo delle ipotesi, un gruppo di specialisti, tra cui esperti tedeschi del Robert Koch Institut di Berlino, analizzerà i 70 alimenti sequestrati nell’abitazione della famiglia Di Vita a Pietracatella, insieme a indumenti, mobili e altri oggetti prelevati in casa.