ROMA – SOTTO LA LENTE DI CARTABIA LA LEGGE BONAFEDE: MAGISTRATI SUL PIEDE DI GUERRA

L'argomento è dei più delicati. Infatti più di qualcuno sperava che le cose rimanessero al loro posto. Le riforme mettono paura a molti ma non a chi fa il proprio dovere servendo lo Stato.

Roma – Legge Bonafede in restauro: all’opera la ministra della Giustizia Marta Cartabia. La Guardasigilli ha intrapreso un’impresa certosina in un momento non certo facile. Dopo il passaggio di ieri in Commissione Giustizia della Camera per illustrare il suo programma, Cartabia andrà in Senato giovedì.

Per la fine di aprile presenterà i suoi emendamenti alle norme del predecessore politico, in particolare sulle competenze del Consiglio Superiore della Magistratura.

Marta Cartabia

Si preannuncia un conflitto senza precedenti. I sette consiglieri laici indicati dal Parlamento, soprattutto quelli che fanno capo al centrodestra, contestano ai 16 togati del Csm di voler mantenere in piedi un consesso con un pesante “strapotere” sulla magistratura e nel quale il sistema delle correnti di fatto continua a mietere vittime e carnefici, nonostante il caso Palamara.

Uno scandalo senza precedenti dal quale trae origine proprio la stessa legge Bonafede che impone criteri molto rigidi per le valutazioni della professionalità dei magistrati e dunque per le nomine, nonché per la scansione temporale dei medesimi ruoli. Al Csm, in sostanza, si ridurrebbero i margini di autonomia (lo strapotere a cui avevamo accennato), imponendo una maggiore trasparenza con regole più rigide dalle quali è difficile derogare.

Luca Palamara

Il dato più controverso è proprio la limitazione del potere discrezionale del Csm che verrebbe in larga parte trasformato in potere amministrativo. Non a caso infatti si cita l’articolo 105 della Costituzione che entra nel merito e sancisce chiaramente i poteri del Palazzo dei Marescialli: Spettano al Csm, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”.

Proprio una lettura attenta del dettato costituzionale, “consente di escludere che il Costituente abbia inteso assegnare al Consiglio attribuzioni solo di carattere formale e che il ruolo di quest’ultimo si esaurisca nel dare attuazione a dettagliati precetti del legislatore”. In concreto alla legge Bonafede si eccepisce di essere talmente specifica e nel contempo cosi rigida da ridurre al minimo, fino quasi ad eliminarlo, il potere decisionale e discrezionale del Csm.

In sostanza si corre il rischio di privare l’azione del Csm della necessaria flessibilità, per intervenire efficacemente nel settore dell’organizzazione della giurisdizione civile e penale, nelle carriere dei magistrati ed in tutti i settori che ne discendono. Un assunto che si traduce in perdita della possibilità di intervento rapido o, se si preferisce, di “manipolazione” delle carriere.

Roma, Palazzo dei Marescialli, sede del Csm

Ma la discrezionalità non può, a piacimento, trasformarsi in arbitrio assoluto. Servono regole e cautele che bilancino i margini di scelta tra più possibilità, onde evitare spirali e contorsionismi degeneranti. Come riferiscono i recenti fatti di cronaca.

Diverse le critiche avanzate ma la più dibattuta è quella dell’anzianità imposta come criterio imprescindibile per privilegiare un candidato piuttosto che un altro per un incarico direttivo. Come il divieto di poter passare da una funzione all’altra, da giudicante ad inquirente e viceversa, non più di due volte nell’arco della vita lavorativa, a fronte delle quattro attuali.

Disposizione, quest’ultima, che per la sua rigidità “non sembra aderente all’impianto costituzionale che prevede l’unita della magistratura”. Regola però che, a fronte delle critiche dei togati, vede invece il giudizio opposto del laico di Forza Italia Alessio Lanzi che sponsorizza la separazione delle carriere. Vecchio cavallo di battaglia sposato da Berlusconi e poi abbandonato nel cassetto dei ricordi.

Alessio Lanzi

Un richiamo l’ha fatto il magistrato Sebastiano Ardita, in particolare sulla nuova legge elettorale per il Csm, basata su un sistema maggioritario uninominale, con doppio turno e preferenze plurime. L’obiettivo, a detta di Ardita, è quello di eleggere magistrati “scelti dai colleghi della porta accanto, e non dalle correnti, sulla base della stima personale e di un programma culturale individuale e non basato sul sostegno elettorale dei gruppi associativi e di un programma comune ai diversi candidati”.

Però promuovere le candidature non formalmente collegate alle correnti della magistratura tuttavia presenta, sempre secondo Ardita, “il rischio di marginalizzare le minoranze associative e culturali”. Pesanti critiche anche sull’ipotesi di sorteggiare ogni anno i componenti delle commissioni del Csm.

Sebastiano Ardita

Critiche che peraltro sono a loro volta soggette alle contestazioni degli altri colleghi laici del Csm che invece accusano Fulvio Gigliotti, consigliere laico indicato dal M5s, di strizzare l’occhio alle toghe le quali “mirano solo a mantenere in piedi il potere le correnti”.

Secondo lo stesso Gigliotti “applicando il sistema del sorteggio puro, connotato da pura casualità, potrebbe accadere che le commissioni siano composte per più anni dagli stessi consiglieri, ovvero che siano sorteggiati solo laici o togati, e, tra questi ultimi, unicamente gli appartenenti ad una medesima categoria”.

Fulvio Gigliotti

La strada è in salita per Marta Cartabia ma la ministra ha in mano tutte le carte che giovano per riformare un comparto essenziale per la vita del Paese. Purtroppo il dettato costituzionale “La legge è uguale per tutti” rischia di diventare un luogo comune quando si parla di potere della magistratura il cui compito, ricordiamolo, è quello di difendere i cittadini per bene. Altro che interessi e carriere.

 

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