ROMA – QUEI BORDELLI DEL PENSIERO CHE SI CHIAMANO GIORNALI: SLOW JOURNALISM, UNA CHIMERA?

Un giornalismo meno urlato, meno assordante e confuso e meno portato alla ricerca dello scoop ad ogni costo. Un'informazione più riflessiva, rispettosa, pacata, che accompagna la notizia verso il lettore e viceversa, questo è il giornalismo da preferire. E’ stato definito slow journalism. E’ davvero la soluzione?

Roma – Ormai risulta difficile resistere davanti alla tv quando si assiste a schiamazzi, urla assordanti, interlocutori che parlano sulle parole dell’altro, discorsi non conclusi per le continue interruzioni. Nessun rispetto per chi ascolta, figurarsi per le tesi che ognuno cerca di esporre. I conduttori fanno quello che possono ma non riescono a domare (o non vogliono, o non debbono) quelle bestie inferocite. Le vecchie comari che si beccavano e che fanno parte dell’immaginario teatrale, un po’ di tutte le tradizioni popolari a tutte le latitudini, risultano essere delle dilettanti di fronte all’abnegazione e partecipazione che manifestano gli attori di uno spettacolo di basso profilo, squallido, dequalificante. In una parola banale, che nel passato era riferita alle abitudini dei membri del ban, la circoscrizione feudale e che oggi definisce atteggiamenti e comportamenti della maggioranza delle persone. E se la maggioranza delle persone è di questa pasta, stiamo freschi.

slow journalisme
Slow journalism

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L’informazione, dunque, come un suono sordido che disturba e distoglie l’attenzione. Quando si spegne il computer o la tv si avverte un sapore amarognolo in bocca. Non resta più nulla. Ci si sente quasi logorati, sfiniti dall’eccesso di notizie. Sembra una guerra: le news vengono sparate a mitraglia quasi a stordire gli utenti, vittime inermi e presi alla sprovvista. E’ quanto risulta dal DIGITAL NEW REPORT 2019 del Reuters Institute for the Study of Journalism (RISJ), il centro di ricerca dell’Università di Oxford, Regno Unito, su questioni relative ai media di tutto il mondo, nonché noto think tank. Per questi motivi è sorto lo slow journalism, un giornalismo lento, pacato, riflessivo. Ormai l’aggettivo slow è diventato patrimonio del linguaggio corrente, che lo si usa in tutte le salse. Dallo slow food si è passati alla slow economy, dalla slow society alla live slowly (vivere con lentezza) e, buon ultima, l’informazione.

La londinese Tortois Media, il cui logo è una tartaruga a testimoniare il proprio intendimento, ha deciso d’inviare ai suoi iscritti al massimo 5 news al giorno. Ancora più slow è il giornalismo proposto in Danimarca da Zetland: 2 articoli al giorno in news letters, perché secondo la direzione “il compito dei giornalisti è quello di analizzare e sintetizzare le informazioni, non di spostarle da A a B il più velocemente possibile”. Il segreto è fare come la tartaruga della favola di Esopo, come recita il manifesto di Tortois: “andare avanti con lentezza, per vincere la gara con la lepre”.

Daniele Nalbone
Daniele Nalbone

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Ai meritevoli intenti citati andrebbe ricordata la ratio per cui è nato il giornalismo ed il motivo per il quale si svolge il mestiere di cronista: “dare le notizie per come esse si presentano, in quanto tali, non nasconderle considerandole di serie a o di serie b per non disturbare il principe di turno, ovvero molto semplicemente raccontare i fatti”

Slow journalism. Chi ha ucciso il giornalismo?” un agile pamphlet di Daniele Nalbone e Alberto Puliafito uscito l’anno scorso in cui sono stati sviscerati una serie di interrogativi, tra cui:

“…Quale è stato il momento in cui si è spezzato il rapporto di fiducia tra i cittadini e i media? Come sono fatti i contratti giornalistici? Quanto viene pagato un giornalista oggi? Per fare cosa? Uno dei problemi dell’informazione oggi è per la quantità e la velocità delle notizie, la persuasione che debba competere coi social. Un altro modello di business è la tanta attenzione per gli inserzionisti pubblicitari e poca per i lettori. Il mantra del fare tanti click sul sito, la monetizzazione ad ogni costo con la pubblicità, la convinzione che nessuno sia disposto a pagare per il giornalismo digitale hanno contribuito ad erodere gli spazi di crescita…”

Interrogativi importanti, che ci aiutano a capire il perché della perdita di autorevolezza tra l’opinione pubblica. In tutti i sondaggi e le ricerche, infatti, i giornalisti appaiono agli ultimi posti nel rapporto di fiducia con i cittadini ed addirittura non più portatori di informazione, ma non si sa bene di che cosa. Di veline sicuramente, quelle che non disturbano il manovratore, cioè quelle che non interferiscono con ciò che fanno le persone di potere. O quelle, ancora, che portano acqua al mulino delle tendenze politico-culturali del momento, per non parlare dei grandi gruppi finanziari che dettano la linea dei giornali. L’esempio dell’ultimo cambio di direzione avvenuto a “La Repubblica”, con l’ingresso della famiglia Agnelli, è sintomatico dell’andazzo dell’informazione in Italia con una visione unidirezionale e uniproprietaria della stampa, alla faccia del tanto conclamato pluralismo dell’informazione a parole ma nei fatti di servo encomio e di codardo oltraggio di manzoniana memoria.

Lo strano potere mediatico della famiglia

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Equilibrio. E’ ciò che predica Peter Laufer, giornalista e docente alla Scuola di Giornalismo e Comunicazione dell’Oregon, USA.Bisogna prendersi il tempo di pensare ad una storia. E’ necessario andare oltre la superficialità del titolo”, aggiunge. Autore di “Slow news-Manifesto per un consumo critico dell’informazione” è anche fautore di un giornalismo che deve riscoprire i tempi lunghi della verifica delle fonti, della qualità dei prodotti e, soprattutto, la sua missione di servizio per il pubblico. Con rammarico, visto lo stato attuale del giornalismo italiano, non si può non dare ragione alla definizione del mestiere data nel 1901 dall’Enciclopedia Vallardi: “Nel giornalismo confluiscono i falliti della lotta quotidiana, i competenti di tutti i mestieri incapaci di esercitarne uno”, oppure alla famosa frase passata alla storia dello scrittore francese Honorè de Balzac: “Quei bordelli del pensiero che si chiamano giornali”!

E’ nella direzione indicata da Laufer e dello slow journalisme che bisogna andare o meglio ritornare all’antico, per sfatare le convinzioni summenzionate e perché nonostante tutto, un cittadino ben informato è un cittadino più consapevole di vivere in un contesto democratico. Ed è piacevole farsi prendere da una bussa di romanticismo e immaginare il bravo cronista che prende per mano, accompagnando il lettore e facendosi accompagnare nel mare procelloso della cronaca. Bel film.

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