RIAPRIRE SUBITO I REPARTI DI GINECOLOGIA

L’Italia non ha ancora attuato procedure in tal senso, come ha fatto ad esempio la Francia. Per quanto l’aborto sia stato inserito nei Lea, Livelli essenziali di assistenza che il sistema sanitario nazionale è tenuto a fornire sempre, molte donne stanno riscontrando difficoltà.

25 milioni. È il numero di aborti non sicuri praticati nel mondo ogni anno. Ai tempi del COVID-19 anche in Paesi in cui l’aborto è legale l’accesso al servizio può essere più difficoltoso, a causa delle norme di prevenzione e della necessità di destinare la maggior parte delle risorse medico-sanitarie all’emergenza. Per questo molte associazioni europee si sono mosse al fine di chiedere alle nazioni di istituire delle pratiche che agevolino l’accesso all’IVG (interruzione volontaria di gravidanza), tutelando la salute delle donne ed evitando pericolose pratiche illegali.

L’Italia, ad oggi, non ha ancora attuato procedure in tal senso, come ha fatto ad esempio la Francia. Per quanto l’aborto sia stato inserito nei LEA, livelli essenziali di assistenza che il sistema sanitario nazionale è tenuto a fornire sempre, molte donne stanno riscontrando difficoltà. I reparti di ostetricia e ginecologia spesso sono stati riconvertiti, molti consultori sono chiusi, e non di rado le pazienti si vedono fornire informazioni errate o incomplete sulla procedura da seguire. Questo perché dal ministero della Salute non sono ancora arrivate direttive chiare e univoche per tutto il Paese, se non un generale via libera al mantenimento della pratica.

A questo scopo, l’associazione Pro-Choice, Rete italiana contraccezione aborto, insieme ad altre, ha lanciato un appello al presidente del Consiglio, al Ministro della Salute e al direttore di Aifa. Lo scopo è sviluppare misure atte alla tutela della salute delle donne in questo momento di crisi, in particolare favorendo quelle che si trovano in situazioni svantaggiate.

In Italia si pratica in prevalenza l’aborto chirurgico, in anestesia totale e day hospital, entro 90 giorni dall’ultimo ciclo. Solo nel 17,8% dei casi quello farmacologico, che prevede somministrazione di due farmaci a distanza di 48 ore l’uno dall’altro. Nel nostro Paese questa pratica è effettuabile solo entro la 7° settimana, mentre il farmaco stesso ne garantisce l’usabilità fino alla 9°. Inoltre si prevede un’ospedalizzazione di tre giorni, per monitorare la salute della donna. Paradossalmente però, si predilige ancora la pratica chirurgica, che, nel caso del raschiamento (praticato nell’11,6% delle IVG) è ritenuta non sicura dall’OMS, al contrario della farmacologica.

L’appello delle associazioni è proprio volto all’ottimizzazione di queste procedure. Innanzitutto si invita a non sospendere l’aborto farmacologico, come hanno iniziato a fare alcune strutture, ma anzi a prediligerlo. Soprattutto si chiede di prolungare alla 9° settimana il limite per poterlo praticare e la possibilità di semplificare l’iter. Si vorrebbe ridurre il numero di passaggi in ospedale, abolendo, come già fanno alcune regioni italiane, i tre giorni di ricovero, e implementando la telemedicina. Questa, sfruttata in vari Paesi, come quelli scandinavi e la Gran Bretagna, con ottimi risultati, permetterebbe assistenza continua alle pazienti da remoto, senza dispendio di risorse o rischi per la salute. In un momento in cui governi e associazioni pro-vita stanno sfruttando l’emergenza a loro vantaggio al fine di abrogare un diritto duramente conquistato, queste misure potrebbero invece costituire un passo in avanti per l’Italia. Permetterebbero di sfruttare al meglio le risorse, garantendo salute e sicurezza a molte più donne.

La piattaforma Ho abortito e sto benissimo ha redatto una guida pratica per abortire ai tempi del COVID, e insieme a Obiezione Respinta ha creato un canale Telegram – SOS Aborto _ COVID-19 – dove vengono pubblicate tutte le informazioni reperite o che arrivano quotidianamente sulla situazione dei vari centri nel nostro Paese in merito al servizio di IVG. Si possono trovare contatti utili per chiedere informazioni o supporto, e comunicare dati su eventuali esperienze al fine di ottimizzare la mappatura e aiutare altre donne.

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