RAPITO, UCCISO E GETTATO NEL FIUME: DOPO 33 ANNI IL PROCESSO.

Il giovane carabiniere era stato rapito a scopo d’estorsione, poi strangolato, legato ad una grata di ferro e gettato nel fiume dagli assassini che lo conoscevano bene.

ALFONSINE Carabiniere rapito, ucciso e gettato nel fiume 33 anni fa, si attende il processo. Ai tre indagati è stato notificato l’avviso di chiusura delle indagini. Per troppi anni l’omicidio di Pier Paolo Minguzzi, il 21enne di Alfonsine, studente universitario e carabiniere di leva presso la caserma di Mesola, sequestrato e ucciso il 21 aprile 1987, era rimasto un caso irrisolto. Le indagini non avevano dato alcun esito e quelle iniziali erano state tardive e frammentarie.

La ex caserma dei carabinieri di Mesola.

Poi nel 2018 il procuratore di Ravenna Alessandro Mancini ed il Pm Marilù Guattelli avevano riaperto le indagini, espletate dalla polizia di Stato, raggiungendo in poco tempo una svolta concreta che portava all’iscrizione sul registro degli indagati di Alfredo Tarroni, 63 anni, idraulico residente ad Alfonsine e due ex carabinieri, Orazio Tasca, 55 anni di Gela ma residente da anni a Pavia e l’ex collega Angelo Del Dotto, 56 anni, originario di Ascoli Piceno e residente ad Alfonsine. Del Dotto e Tasca erano stati condannati a 25 anni di carcere per la morte di un altro carabiniere, Sebastiano Vetrano. I tre sospettati, che rigettano le accuse, sono chiamati a rispondere di sequestro di persona, omicidio e occultamento di cadavere in concorso.

La riesumazione della salma del carabiniere Minguzzi.

Nel luglio di due anni fa il cadavere del giovane militare, di famiglia benestante, era stato riesumato per stabilire esattamente le cause della morte sottoponendo il materiale biologico a nuovi e più approfonditi esami utilizzando l’alta tecnologia a disposizione della Squadra Scientifica. Nelle unghie della salma, infatti, gli esperti biologi della polizia rinvenivano tracce di Dna compatibili con soggetti terzi da qui l’identificazione degli indagati. La famiglia Minguzzi, benvoluti imprenditori agricoli della zona, non si era mai arresa nella ricerca della verità ed aveva insistito affinché il fascicolo venisse riaperto.

Via Borgo Fratti, il luogo del rapimento.

La giovane vittima, militare di leva nell’Arma presso la stazione di Mesola, era stato rapito alla periferia del paese, in via Borgo Fratti, intorno all’una di notte del 21 aprile del 1987 mentre si trovava a bordo della sua Volkswagen Golf rossa di ritorno da casa della fidanzata. Dalle indagini dell’epoca, avviate con un fascicolo contro ignoti e poi archiviate senza colpevoli, risultava quasi certamente che Minguzzi, dopo il sequestro senza tracce di colluttazione, sarebbe stato trasportato in auto presso una cascina di Vaccolino, in provincia di Ferrara, tra i comuni di Comacchio e Lagosanto.

La cascina Vaccolino dove avvenne l’omicidio del giovane militare.

Qui il giovane, di stazza robusta e dal fisico atletico, forse dopo aver riconosciuto i suoi aggressori, sarebbe stato incappucciato e legato ad una grata di ferro, di quelle che servono a chiudere il bestiame in stalla, e poi strangolato con una corda che gli avrebbe serrato le vie respiratorie sino al soffocamento. I rapitori, dopo aver chiamato per telefono la famiglia del giovane, già morto, per chiedere un riscatto di 300 milioni di lire minacciavano i congiunti di gettare il corpo del giovane nel Po se non avessero pagato subito.

La grata di ferro a cui era stato legato il corpo della vittima.

Dopo undici giorni, il 1 maggio del 1987, il cadavere di Minguzzi riaffiorava nelle acque limacciose di un’ansa del fiume, in località Ca’ Rossa, a Po’ di Volano, dove un pescatore ne aveva segnalato la presenza. Le successive investigazioni non portarono a nulla ma il caso si incrociava con una seconda estorsione durante la quale moriva ammazzato un altro carabiniere, l’appuntato di 23 anni Sebastiano Vetrano, per mano di un commilitone, tale Angelo Del Dotto, in servizio presso la caserma di Alfonsine e attualmente indagato per la morte di Minguzzi. I due ex militari, all’epoca dei fatti, si trovavano in servizio nella medesima caserma del paese di Minguzzi. La notte del rapimento non ci sarebbe stata alcuna colluttazione tra Pier Paolo ed i suoi aggressori, segno evidente che il giovane ausiliario ben conosceva chi stava per ammazzarlo. Minguzzi avrebbe seguito bonariamente i suoi aguzzini sino alla stalla di Vaccolino e qui, forse, avrebbe realmente compreso le loro intenzioni.

Località Ca’ Rossa, a Po’ di Volano, dove venne ritrovato il cadavere di Minguzzi.

 

Una volta vistisi scoperti i rapitori decidevano di sopprimere Minguzzi per poi chiedere ugualmente il riscatto alla famiglia. Ma un errore li avrebbe traditi, ieri come oggi. L’uomo dal forte accento siciliano che telefonò alla famiglia Minguzzi per chiedere i soldi, dopo aver formulato il numero, disse: pronto, parlo con Contarino? E’ casa Contarini? L’estorsore, prima di correggersi, aveva fatto riferimento “mnemonico” ad un’altra tentata estorsione, quella per fortuna non consumata alla famiglia Contarini, altri imprenditori di Alfonsine, durante la quale, il 13 luglio 1987, periva il carabiniere Vetrano, in servizio con altri colleghi per sventare l’iniziativa criminale durante la consegna del denaro a Tarroni, Tasca e Del Dotto.

L’azienda Minguzzi ad Alfonsine, in provincia di Ravenna.

I tre balordi ammettevano le loro responsabilità negando però qualsiasi coinvolgimento nella morte di Pier Paolo. Soltanto i due militari potevano avere informazioni sulla famiglia Minguzzi e, soprattutto, sulla vittima che, il giorno del rapimento e la giornata precedente, si trovava in licenza breve, come si diceva in gergo in “h48”, per le festività pasquali. Coincidenze o prove schiaccianti? Se si arriverà al processo dubbi e depistaggi potranno essere chiariti.

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