Guinness dei primati: 960 milioni di euro spesi per il ponte fantasma

E c’è qualcuno che ha ancora il coraggio di riproporlo ben sapendo che l’opera presenta grandi difficoltà costruttive e di stabilità secondo mille e più mille studi di fattibilità effettuati in tre quarti di secolo ad opera di aziende e professionisti provenienti da tutto il mondo.

Messina – Di Ponte sullo Stretto si parla dalla fine degli anni ’50, nell’era moderna. Ma già i romani immaginavano l’opera rimasta un sogno nel cassetto. Come non ricordare le famose cartoline stampate in bicromia che raffiguravano l’avveniristico manufatto in ferro e cemento armato fra Scilla e Cariddi?

Eccolo il ponte nel 1957

Il progetto è stato riesumato e gettato nel cestino per quasi settant’anni e non c’è governo che non l’abbia tirato in ballo prima delle elezioni o durante i momenti più critici dal punto di vista politico.

Insomma una vera e propria “questione meridionale” che ha visto sorgere società partecipate come quella “Ponte sullo Stretto Spa” la quale con studi, esperimenti, progetti e carotaggi, ha speso miliardi di lire per giungere ad un grossolano e mastodontico nulla di fatto.

Un fiume, macché, uno Tsunami di soldi pubblici spesi per nulla. Poteva il governo Draghi esimersi dal rispolverare il vecchio cavallo di battaglia di tutti i premier italiani che si sono succeduti dalla fine del 1950?

Il ponte nel 1980

Mai e poi mai, secondo la più classica delle italiche consuetudini politiche che, stavolta (sai che novità), hanno visto la commissione di tecnici istituita dapprima dall’ex ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli e confermata dal successore Enrico Giovannini, dare il via libera all’opera classificandola come utile. Cosi come confermato e smentito da altre commissioni per tre quarti di secolo.

Dal cappello del mago sono usciti fuori due progetti posti al vaglio della commissione che hanno avuto un’indicazione favorevole: quello a unica mandata e quello a tre mandate. (anche questa non è una novità)

Il primo, in stato di elaborazione più avanzata è quello già portato avanti dalla società stretto di Messina, in liquidazione dal 2013, che aveva individuato come general contractor il consorzio Eurolink capeggiato da Impregilo, attorno al quale è ancora aperto un contenzioso di 700 milioni di euro. Il progetto alternativo anch’esso promosso dalla commissione sarebbe a tre mandate. (si certo, come no)

Il ponte con le corsie per auto e ferrovia

Così realizzata l’infrastruttura offrirebbe maggiori vantaggi: sarebbe meno esposta ai rischi di chiusura a causa dei venti dello stretto e arriverebbe direttamente nel capoluogo siciliano e non nella frazione di Ganzirri (ipotesi già studiata e ristudiata negli anni passati e considerata di difficilissima attuazione). La scelta del Governo potrebbe dunque orientarsi verso quest’ultima soluzione.

Nulla da fare invece per l’ipotesi del tunnel (anche questa già scartata a priori negli anni che furono). La relazione ora passerà dal tavolo del ministro Enrico Giovannini a quello del premier Mario Draghi e infine sugli scranni di deputati e senatori (come sempre). Il Parlamento, dal canto suo, sembra ben disposto verso la realizzazione del maxi-collegamento (nulla di nuovo sotto il sole).

Alcuni studi del 1990 hanno smentito le ipotesi errate sostenute dalla Commissione del governo Conte sulle 3 campate

Il problema adesso è reperire i fondi (con quelli che hanno sprecato il ponte si poteva fare forse due volte) La grande opera infrastrutturale non è stata inserita nel Recovery Plan altrimenti sarebbe slittato ulteriormente rimandando l’arrivo di soldi Ue a chissà quando. In quel piano sono state inserite soltanto opere che potranno essere realizzate entro il 2026.

Un’alternativa opportuna sarebbe quella di concedere il cantiere a società private (come allora, vatti a sbagliare) che rientrerebbero dei costi con i soldi dei pedaggi (ancora nemmeno un argomento innovativo).

Meglio le montagne russe che un ponte impossibile?

Il ponte non è stato inserito tra le opere del Recovery Fund ma potrebbe essere realizzato anche col Project financing. L’opera costerebbe più di quattro miliardi (il costo, nel frattempo, è giustamente lievitato ma per come siamo messi rappresenta un’ulteriore karakiri per il Bel Paese fiaccato da una crisi ogni giorno più grave) ma potrebbe apportare un flusso di denaro di circa 50 miliardi in 20 anni (chi mente sapendo di mentire?).

Sicuramente si sta per aprire un nuovo-stravecchio importante capitolo della Storia ultrasecolare, usando un eufemismo, del ponte sullo Stretto. Bisogna ora capire se l’opera potrà effettivamente avere un futuro concreto che possa rilanciare l’economia del Meridione.

Sino al 2017 la Corte dei Conti ha stimato in circa 960 milioni di euro la spesa per studiare la fattibilità del Ponte sullo Stretto

Da sempre il Nord e il Sud viaggiano a velocità diverse ma basterà un ponte a riallineare le due realtà? Nemmeno per sogno e l’ultimo che organizza il solito ambaradan sull’opera sospesa tra Villa San Giovanni e Messina lo sa molto bene.

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