La “lista Salis” vale il 6,5% e rimescola il campo largo

La lista riformista sottrae voti al Pd, il Carroccio scende al 7,5%. Coalizioni ferme, elettori in fuga. Vannacci erode la Lega.

C’è un numero che nel sondaggio Noto per Porta a Porta fa più rumore degli altri. Non è il 29% di Fratelli d’Italia, solido come un muro. Non è nemmeno il recupero del Pd. È il 6,5%: i voti che una lista riformista guidata da Silvia Salis porterebbe al campo largo se scegliesse di scendere in campo.

Sei virgola cinque punti che oggi non esistono, o quasi. E che nascono in larga parte sottraendo elettori allo stesso Pd.

Partiamo dai numeri. Senza Salis, il campo largo vale il 45%, il centrodestra il 46,8%. Un distacco contenuto, ma sufficiente a confermare l’attuale maggioranza di governo. Con Salis, il centrosinistra salirebbe al 45,5% ancora indietro, ma più vicino.

Il punto però non è l’aritmetica. È che quei voti non sarebbero voti nuovi: verrebbero prevalentemente dall’elettorato Pd più centrista, che migrerebbe verso una lista percepita come più moderata e meno identitaria. Il Pd scenderebbe dal 22,5% al 19%. Avs dal 5,5% al 6% (crescerebbe di poco). Il M5S resterebbe al 13%.

In sostanza: il campo largo cresce solo redistribuendo pezzi di sé stesso sotto un’etichetta diversa. Non è una conquista di nuovi elettori, è una riorganizzazione degli stessi.

Sul fronte opposto, la notizia più significativa non è la tenuta di FdI, ormai un dato quasi strutturale, ma la continua emorragia della Lega, scesa al 7,5%, tra i livelli più bassi degli ultimi quattro anni.

La coincidenza è difficile da ignorare: Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci dopo la rottura con Salvini, si attesta al 3,5%, sopra la soglia di sbarramento. La crescita del nuovo movimento rispecchia quasi perfettamente il calo del Carroccio. Gli elettori non stanno abbandonando la destra sovranista, stanno semplicemente cambiando casacca all’interno dello stesso perimetro ideologico.

Per Salvini è un problema diverso da quello di Schlein: non è una questione di programma o di identità politica, ma di leadership personale messa in discussione da chi quella leadership ha contribuito a costruire.

Al netto delle proiezioni e degli scenari ipotetici, il quadro che emerge è quello di due coalizioni che si erodono dall’interno più di quanto crescano verso il centro.

Il centrodestra perde voti alla Lega senza recuperarli altrove. Il centrosinistra recupera qualcosa col Pd, ma si scopre dipendente da un nome esterno, quello di una sindaca di Genova che non ha ancora detto né sì né no, per avvicinarsi a una soglia che comunque non sarebbe ancora sufficiente a vincere.

L’affluenza stimata per le politiche è al 60%. Anche quel numero racconta qualcosa: quattro elettori su dieci che restano fuori dal gioco, e che nessuno dei due schieramenti sembra in grado di intercettare.