Un sistema di gestioni opache e debiti lasciati alle strutture: famiglie, dipendenti e ospiti travolti da una rete di società che svuota i conti e riparte altrove.
C’è un filo invisibile che collega diverse RSA del Nord Italia: un filo fatto di bilanci svuotati, gestioni opache, società che cambiano nome come fossero maschere e soprattutto anziani che rischiano di essere sfrattati dal luogo in cui vivono e vengono curati. È questo il quadro che emerge dall’inchiesta de Le Iene, un viaggio dentro un sistema che sembra ripetersi con la stessa dinamica in più strutture, lasciando dietro di sé debiti, stipendi non pagati e famiglie allo stremo.
Il meccanismo, secondo documenti e testimonianze raccolti, è sempre lo stesso: una società subentra nella gestione di una RSA, incassa le rette pagate dalle famiglie o dai Comuni, ma quei soldi non restano nelle casse della struttura. Spariscono. I fornitori non vengono saldati, i dipendenti aspettano mesi per vedere lo stipendio, le banche chiudono i rubinetti. Quando la situazione diventa ingestibile, la società cambia nome, cede la gestione a un’altra sigla riconducibile agli stessi soggetti e il ciclo ricomincia altrove.
Nel frattempo, gli ospiti, persone fragili, spesso non autosufficienti, diventano ostaggi di un equilibrio economico che non controllano. Alcune strutture rischiano la chiusura, altre hanno già accumulato debiti tali da mettere in discussione la continuità assistenziale. Le famiglie raccontano di aver pagato regolarmente, convinte di garantire ai propri cari un posto sicuro. Solo dopo, a cose fatte, scoprono che quei soldi non sono mai arrivati a destinazione.
Il servizio ricostruisce anche la rete societaria che ruota attorno alle RSA coinvolte: passaggi di proprietà, prestanome, amministratori che compaiono e scompaiono e un flusso di denaro che, secondo l’inchiesta, avrebbe finanziato spese personali ben lontane dall’assistenza agli anziani. Ville, auto di lusso, viaggi. Un tenore di vita incompatibile con i bilanci in rosso delle strutture.
A denunciare la situazione non sono solo i familiari degli ospiti ma anche operatori sanitari e dipendenti che da mesi lavorano senza stipendio. Raccontano turni massacranti, forniture ridotte all’osso, materiali mancanti. In alcuni casi, persino il cibo sarebbe stato razionato per contenere i costi.
Il quadro che emerge è quello di un sistema che approfitta della fragilità su più fronti: quella delle persone ricoverate, delle famiglie che non hanno alternative e dei Comuni, che spesso non riescono a controllare in tempo reale la destinazione dei fondi. Un sistema che si muove tra le pieghe della burocrazia, sfruttando la lentezza dei controlli e la complessità delle normative sulle strutture socio‑sanitarie.
Ora la palla passa alla magistratura.