ZALONE SIAMO NOI

Zalone non è ideologico. Colpisce indifferentemente a destra e a sinistra, riuscendo a identificare le debolezze e le paure degli italiani e a trasformarle magistralmente in commedia, come solo i grandi artisti sanno fare. Ma certi intellettuali si sforzano di non capire.

Si è scatenato un polverone dopo la diffusione del video musicale di Checco Zalone, quale trailer del suo nuovo film in uscita a gennaio (si chiamerà “Tolo Tolo”). La clip sarà certamente già nota ai più, dato che, da qualche giorno, imperversa su ogni media. Il singolo si chiama “Immigrato” ed è sostanzialmente la cover di un brano di Celentano, integralmente riscritto nel testo dal celebre comico.

Siamo ovviamente davanti a una parodia, questa volta sul tema dell’integrazione degli immigrati che giungono in Italia. L’argomento è sensibile e, infatti, le reazioni sono arrivate puntuali, soprattutto tra le personalità pubbliche e gli intellettuali più schierati. Per semplificare: chi sta tendenzialmente a destra applaude, chi si rifà alla sinistra-sinistra critica.

E chi invece non ragiona per modelli ideologici preconfezionati cosa ne penserà? Zalone è Zalone, è un tornado, lo conosciamo. Il re dei botteghini ama dissacrare: lo fa da sempre, lo fa con tutto e con tutti, riesce a cogliere la vena ironica inevitabilmente presente anche nelle questioni più controverse e dibattute (basti ricordare la celebre I uomini sessuali, che suscitò un simile clamore già nel 2009). Soprattutto, però, Zalone non è ideologico. Colpisce indifferentemente a destra e a sinistra, riuscendo a identificare le debolezze e le paure degli italiani e a trasformarle magistralmente in commedia, come solo i grandi artisti sanno fare.

Anche con “Immigrato” vale lo stesso discorso. Al centro della clip, a ben vedere, non vi è affatto l’immigrazione in sé, bensì le paure che pervadono molti di quegli italiani che si mostrano poi titubanti sui temi dell’integrazione (esempi sparsi: gli immigrati ci rubano il lavoro; lo Stato aiuta loro e non noi; se mi mostro scortese con un immigrato passo per razzista e vengo giudicato; addirittura: gli immigrati di colore, secondo la vulgata, sono sessualmente più prestanti di noi e quindi, in un’ipotetica competizione, io, bianco, finirei per soccombere). E’ come se questi incubi diffusi (ma tabù, perché in molti li pensano, ma nessuno si sognerebbe di confessarli) prendessero vita propria e si riversassero tutti insieme su uno schermo. E il risultato è, come sempre, acuto e esilarante.

Ciò che non sembra affatto divertente, invece, è che certi noiosi (ed annoiati) intellettuali non si sforzino nemmeno di comprendere. E che, in nome del solito politically correct, si limitino a dire “le cose che sta bene dire” e ad abbaiare contro il comico. Raggiungendo, peraltro, così, alcuni risultati del tutto perversi: intanto quello di diventare ancora più antipatici alla massa; poi quello, ulteriore, di rendere ancora più impopolari le istanze che loro stessi difendono; infine, quello di incentivare l’equivalenza “persona colta = persona noiosa, priva del senso dell’ironia e dell’autoironia” (da cui la teorica sovranista dei “professoroni”). A ben vedere, negli effetti, i migliori sponsor del populismo finiscono per essere proprio loro.

Checco, mi sa che ci sarebbe da pensare a un film anche su questo…

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