VINO BIO: ALLA SALUTE.

Il prodotto che deriva dalle uve sarà sano e non più mischiato a sostanze chimiche. Occorrono però incentivi e aiuti alle imprese vitivinicole, specie in un periodo di magra come questo. La produzione biologica italiana fra le più avanzate del mondo.

C’è anche il vino biologico, quello vero. Finalmente, da qualche anno, possiamo berci un buon bicchiere in santa pace, senza timore di esserne avvelenati. Adesso c’è la certificazione. Il vino, specialmente in Italia, è la poesia della terra scriveva Mario Soldati, scrittore, giornalista e regista, che al dio Bacco ha dedicato un libro, Vino al Vino, un viaggio attraverso l’Italia alla ricerca dei vini genuini. Non solo una guida enologica ma un racconto di paesaggi e uomini, un itinerario alla ricerca di una civiltà autentica legata alla terra e al clima. Essa ha nel vino uno dei prodotti più sicuri, frutto dell’equilibrio tra natura e cultura. L’Italia è uno dei maggiori produttori ed esportatori di vino al mondo, con oltre 80 mila imprese e 200 mila occupati e un fatturato annuo di circa 9,6 miliardi di euro (dati Istat relativi al 2018). Una voce importante, quindi, dell’economia nazionale.

Eppure non è sempre stato così. Negli anni ‘80 del secolo scorso (con precisione nel marzo del 1986), balzava alla ribalta della cronaca nera la truffa del vino al metanolo. Una iattura in grande stile che aveva provocato non solo danni fisici (neurologici e cecità) ma addirittura la morte di 23 persone. Alla tragedia si erano aggiunti danni economici e di immagine. Quest’orribile episodio aveva fatto emergere la carenza di controlli e la faciloneria e la dabbenaggine dei produttori e dei consumatori di quel periodo. Da allora sono aumentati sia la consapevolezza dell’acquirente sia l’intervento del legislatore, soprattutto a livello europeo. L’origine delle nuove norme si può trovare nel progetto ORVINE, con cui la Commissione Europea ha voluto delineare le basi scientifiche per stabilire come produrre vino bio, dall’inizio alla fine del processo produttivo.

Il regolamento europeo 203/2012 ha stabilito una produzione vinicola senza sostanze chimiche, usate abitualmente per la correzione del vino, e nuove regole anche per le produzioni biologiche, delineando diverse modalità di vinificazione, approvate dallo SCOF, Standing Committee on Organic Farming (Comitato Permanente per l’Agricoltura Biologica). Il successivo regolamento UE 848/2018 ha riguardato, invece, la produzione biologica e l’etichettatura di tutti i prodotti. Si parla di vino biologico quando proviene da uve al 100% coltivate senza l’utilizzo di agenti chimici di sintesi nei vigneti, mentre in cantina la vinificazione deve avvenire con l’utilizzo di prodotti enologici certificati biologici e impiego limitato di solfiti.

Il regolamento 203 prevede, inoltre, l’agricoltura biodinamica, cioè rispettosa del corso della natura, in particolare delle fasi lunari, e delle sue risorse, con l’utilizzo di compost naturali, a basso impatto chimico. In quasi tutte le regioni italiane sono sorte realtà consorziate in Associazioni Regionali dei Produttori Biologici e Biodinamici, che da anni producono senza l’ausilio della chimica e che valorizzano ciò che la natura ha offerto generosamente in dono ai nostri territori. La scelta del vino biologico si è dimostrata vincente dal punto di vista commerciale, perché in questo settore il mercato è meno saturo di quello tradizionale. È stata inoltre una scelta salutare per chi ha deciso di stabilirsi in luoghi incantevoli dai paesaggi mozzafiato per investire in questo ambito.

I vigneti sono gestiti con tanto amore per la terra, fatica e manodopera, facilitati, secondo gli esperti, dal fatto che l’uva è la coltura più facile da produrre in maniera biologica. Ciò è vero soprattutto in montagna, dove le produzioni sono basse. Se si vuole produrre un vino di alta qualità, bisogna rallentare e non spingere al massimo il vigneto. Una realtà produttiva, economica e sociale più slow che fast, più rispettosa dei ferrei cicli naturali e vitali. L’obiettivo, ormai raggiunto, è la produzione di grandi vini partendo da grandi uve. L’uso di solfiti per controllare la fermentazione, in quantità bassissime, è previsto anche per il vino biologico. Ma si cerca di eliminarli del tutto, controllando il processo attraverso il ciclo del caldo e del freddo.

La produzione biologica in vigna non fa uso di anticrittogamici e/o insetticidi, ma solo di prodotti di origine naturale. La vera, grande difficoltà è dovuta al controllo degli infestanti sotto le piante. Tra una fila e l’altra, per togliere l’erba, si passa col trattore. Sotto la vite è più complicato. Fino a poco tempo fa era un lavoro che si faceva manualmente ed era molto faticoso, soprattutto in montagna. Chi fa uso di diserbanti utilizza meno manodopera e ha costi più bassi. Non utilizzarli rappresenta però un valore aggiunto per chi produce, per il vino stesso e per chi lo beve. I produttori, anche quelli che usano la chimica, subiscono e sono condizionati dai cambiamenti climatici e dalle temperature atmosferiche. La chimica, col tempo, ha sempre meno efficacia sulle piante, che hanno una notevole capacità di adattamento, diventando meno ricettive ai medicinali. I costi di produzione nel biogico sono senza dubbio più alti: utilizzare il trattore al posto della chimica ha un costo maggiore. Ma, nel complesso, se si paragona un’azienda bio, che produce vino di alta qualità e che tiene bassa la resa della vigna, con una che utilizza la chimica, l’uva bio costa dal 5 all’8% in più. I prezzi sono competitivi, anche con margini di profitto ridotti, in modo da restare sul mercato mirando a resistere nel lungo periodo e non al profitto immediato. Tuttavia la manodopera e oneri derivati compongono circa il 60% dei costi. In montagna, i costi sono più alti che in pianura, ma non esistono norme che riconoscano questo svantaggio. A dimostrazione che la politica agricola del nostro Paese è sorda al richiamo della qualità e della sostenibilità ambientale, quando invece dovrebbe mettere in campo tutte le strategie possibili a loro difesa.

Eppure basta poco per rendere omaggio al dio Bacco: rispettare le sue peculiarità, non stravolgerne i cicli naturali, istituzioni politiche vicine alle realtà produttive, con interventi di natura finanziaria e incentivi fiscali. Soprattutto in questo periodo di ristrettezze economiche dovute alla pandemia che tutti conosciamo.

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