Un’esecuzione mafiosa dentro il capannone

Le indagini chiariranno la tragica vicenda che, almeno apparentemente, si sarebbe consumata per una partita di gomme rubate. Secondo il presunto assassino ad appropriarsi dei pneumatici, per poi rivenderli, sarebbe stata la vittima se non fosse che le famiglie del morto ammazzato e del carnefice hanno a che fare con diversi personaggi pericolosi che gravitando nell’ambiente della criminalità organizzata calabrese.

Cadelbosco di Sopra – Un’esecuzione mafiosa in piena regola quella riservata a Salvatore Silipo, 28 anni, gommista, morto ammazzato da un proiettile calibro 44 magnum alla nuca. Il giovane è stato colpito a bruciapelo mentre si trovava in ginocchio e di spalle rispetto al killer.

Il luogo del delitto, l’azienda Dante Gomme

Per l’omicidio dell’operaio calabrese è stato arrestato Dante Sestito, 70 anni, originario di Cutro, sempre in Calabria, titolare della omonima ditta di rivendita e riparazione pneumatici di Cadelbosco di Sopra, in provincia di Reggio Emilia.

L’uomo è stato accusato dalla Procura reggiana di omicidio, ricettazione e porto abusivo di armi e munizioni. Il grave fatto di sangue si è consumato nel pomeriggio del 23 ottobre scorso, intorno alle 15.30, negli uffici della “Dante Gomme”, in via Giovanni Verga 6/a, nella zona industriale del paese. Il presunto assassino e la vittima non erano soli.

Prima dell’omicidio si erano dati appuntamento in ufficio lo stesso Salvatore Silipo, sposato con due bambini, pregiudicato, giunto in azienda assieme al fratello Francesco ed al cugino Piero Mendicino. Presenti allo strano incontro oltre a Dante Sestito, il figlio Antonio.

Dante Sestito

Dopo un’accesa discussione, pare per una partita di pneumatici rubati il cui furto era stato attribuito alla vittima, l’operaio sarebbe stato obbligato a mettersi in ginocchio mentre alle sue spalle sarebbe spuntato Dante Sistito, armato di una Smith & Wesson calibro 44 magnum, che avvicinatosi al suo dipendente avrebbe premuto il grilletto puntando il grosso revolver alla nuca.

Il giovane stramazzava sul pavimento in un lago di sangue mentre i parenti della vittima fuggivano verso l’esterno del capannone per la paura di fare la stessa fine. Francesco Silipo e Piero Mendicino, una volta raggiunta, la strada chiedevano aiuto ad una provvidenziale pattuglia di carabinieri che passava davanti all’azienda proprio in quell’istante.

I militari, informati del delitto dai due congiunti della vittima, si dirigevano a gran velocità all’interno dell’azienda dopo aver chiesto via radio gli opportuni rinforzi. Dentro il capannone i carabinieri disarmavano Dante Sestito, che teneva ancora la pistola in mano, e lo dichiaravano in arresto traferendolo poi in caserma assieme al figlio Antonio. Arma e munizioni, risultate rubate, venivano sequestrate. Subito dopo venivano avviate le indagini, coordinate dal Pm Piera Cristina Giannusa, della Procura reggiana, che disponeva subito gli accertamenti scientifici e la ricognizione cadaverica oltre ad ulteriori sopralluoghi.

Il presunto assassino, a sinistra, e la vittima

La tragica vicenda potrebbe concludersi qui atteso il movente ma i nomi dei personaggi coinvolti e la scena del crimine portano lontano. Incominciamo dall’azienda. Nell’estate del 2019 la ditta di pneumatici era stata oggetto di intimidazioni pare a colpi di pistola.

A seguito di indagini della Direzione distrettuale antimafia di Bologna la “Dante Gomme” sarebbe utilizzata per l’emissione di false fatturazioni e la contestuale realizzazione di illeciti fiscali per milioni di euro. Il quadro deviante dell’attività commerciale irregolare sarebbe emerso dalle investigazioni che hanno portato al processo dindrangheta denominato “Billions”, appena iniziato a Reggio Emilia davanti al Pm Giacomo Forte e al Gup Andrea Rat, con richieste di rinvio a giudizio per 193 indagati. Indagati che, a vario titolo, farebbero parte di un’organizzazione criminale operativa in mezza Italia.

Fra i dieci personaggi di spicco della società di malavitosi figura, guarda caso, proprio Antonio Sestito, il figlio di Dante, presente sul luogo dell’omicidio nonostante si trovasse agli arresti domiciliari. Anche la vittima, che si era licenziata una decina di giorni prima della tragedia, aveva diversi precedenti penali.

Nicolino Grande Aracri

Silipo infatti era stato arrestato nell’aprile del 2020 perché i carabinieri avrebbero trovato nel suo garage un laboratorio per il taglio della cocaina dove avevano sequestrato due etti e mezzo di droga oltre a materiali per il confezionamento delle dosi. Salvatore Silipo aveva due figli in tenera età nati dal matrimonio con Pina Cortese, 21 anni, figlia del collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese.

Ex componente del gruppo armato della ‘ndrangheta facente capo a Nicolino Grande Aracri. Dal 2008 Cortese era diventato scomodo e pericoloso per gli affari della cosca tanto da riceve diverse minacce di morte per sé e la sua famiglia. L’ipotesi di una vendetta trasversale prende sempre più corpo.

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