UNA CHITARRA PER SCONFIGGERE I FUCILI

Quando la cultura è più forte delle armi

Siamo abituati a pensare alle guerre come un qualcosa di lontano, probabilmente cinematografico, comunque non più facente parte del nostro presente. Eppure, neanche trent’anni fa nel cuore dell’Europa si è consumato un conflitto etnico e religioso, che ha visto musulmani, ortodossi e cattolici contrapposti, distruggendo in maniera repentina il sogno di convivenza  jugoslavo di Tito. Più di ogni cosa, però, a stupire è stata la ricerca di normalità che si è venuta a creare durante il conflitto. Le popolazioni assediate, per la maggioranza bosniache, hanno sempre cercato di mantenere un’apparenza di normalità, continuando a svolgere le attività prebelliche, e trovando nella cultura una fondamentale arma di resistenza.

Appena diciottenne all’inizio dell’assedio di Sarajevo, Vedran Fajković (1974) si ritrova arruolato nelle Forze Armate della Bosnia Erzegovina, costretto a dividersi tra soldato e musicista. A questa doppia vita si aggiunge la passione per il teatro, che era sicuramente “l’attività più diffusa e conclamata”. Nonostante la dimensione post apocalittica dell’assedio, Vedran ripensa con nostalgia a quel periodo così vicino allo spirito jugoslavo della sua infanzia.

Avevo 18 anni quando è iniziato l’assedio. La maggior parte della mia generazione, come me, era nell’esercito. Dopo i combattimenti tornavamo a casa e suonavamo. La musica la immaginavamo, perché non c’erano amplificatori e corrente elettrica, ma solo strumenti di fortuna. Per le prove era sempre così, mentre i concerti ovviamente avevano luogo nelle strutture dotate, anche solo per un paio d’ore, di energia elettrica, come ad esempio lo Sloga Club e il Kamerni Theater.

Ho una grande storia in proposito: di solito la precedenza per l’elettricità era data agli aeroporti militari, alla polizia e agli ospedali, quindi eravamo costantemente in cerca di energia elettrica da rubare per suonare. Un giorno trovammo pane candito per i nostri denti: una caserma militare, affiancata da un rifugio antiatomico, che ci sembrava perfetto per provare lontano dalle mire assassine dei cecchini e dalle orecchie indiscrete della polizia. Facemmo passare il filo sotto il rifugio e iniziammo a suonare alla fine dello stesso. All’improvviso sbucò un uomo, che si avvicinò lentamente e con sguardo curioso. Continuammo a suonare, pensando di avere un fan. Al termine della canzone stricht!, invece dell’applauso l’uomo staccò la corrente, lasciandoci al buio più totale con gli strumenti musicali nelle mani e i fili a terra. La mia band si chiamava Attila, come il re degli Unni. Eravamo in cinque e le nostre canzoni non parlavano quasi mai di guerra. Solo una, anche se indirettamente, raccontava l’assedio. Era dedicata al mio migliore amico, un ottimo chitarrista, che, nonostante fosse soldato, morì in città. Un suo amico della NATO si stava per sposare, così lui passò attraverso il tunnel che collegava la città con il resto della nazione per comprare cibo e quant’altro, appena uscito dalla galleria una granata lo colpì. Emorragia interna. Il dottore disse che fu un miracolo il suo coma di sette giorni. Morì proprio quando tornai in città dopo una lunga spedizione, come se mi avesse aspettato. Spesso scherzo sul fatto che il momento più brutto dell’assedio fu quando mi persi il concerto degli Iron Maiden. Un mio amico provò a contattarmi al telefono ma io ero in servizio sulle montagne. Il giorno dopo mi disse “Hey Vedran non sai dove sono andato ieri sera!”, io “Dove?”, lui “al concerto di Bruce Dickinson” e io “Cosa?!”. Avrei potuto morire per sentire in live il mio gruppo preferito. Fu questo uno degli episodi che mi diede la forza di andare avanti, in un contesto così difficile ma anche stimolante come quello dell’assedio. Paradossalmente la totale esposizione alla morte ci faceva sentire più vivi, costantemente stimolati a produrre. Fu così che un giorno mentre suonavamo in strada un gruppo di volontari ci chiese di fare una tournee in Italia. Loro erano arrivati a Sarajevo per sostenere i cittadini, passando per il tunnel dell’UNPROFOR, che in quel momento era l’arteria della città. Perciò, sempre attraverso quel tunnel, nel 1996 lasciammo la Bosnia per il Bel Paese, girando soprattutto il nord. Ai nostri concerti venne un casino di gente, persino quando a Milano, 500 metri da noi, suonarono i Pearl Jam. Non capimmo mai perché molta gente decise di venire ad ascoltare una Band bosniaca sconosciuta, forse per solidarietà, compassione o qualcosa di simile. Suonammo anche per qualche Radio bosniaca, ad esempio sulla frequenza 202. La musica ci ha salvato, ma se dovessi guardare all’attività più diffusa e anche conclamata durante l’assedio indicherei sicuramente quella teatrale. Solo al Kamerni Theater nell’intera durata dell’assedio andarono in scena 159 spettacoli. Era un posto raccolto, lontano dalle granate e il pubblico si sentiva al sicuro. L’ingresso era libero ma chiedevano agli spettatori di portare una candela ciascuno, pescata in qualche vecchio magazzino o fatta a mano. Gli attori trascorrevano quasi tutta la giornata nel teatro, e spesso dopo le prove rimanevano a dormire sul palco. Il solo fatto di recitare era un atto di ribellione, contro la guerra, i cecchini, le granate e il mondo che guardava impassibile questo spettacolo terrificante. Era un modo di combattere ma non contro persone fisiche, piuttosto contro la violenza, per vendicare chi veniva ucciso. Non riuscirono a metterci l’uno contro l’altro, a toglierci le forze e l’ingegno. Attori ortodossi, scenografi musulmani, registi atei e costumisti cristiani lavoravano insieme, lavoravano duro per regalare al pubblico attimi di normalità. Molti attori erano arruolati ufficialmente, ma costituivano una sorta di “divisione culturale”, in modo tale che potessero fare le prove e organizzare performance. Il pubblico degli spettacoli era eterogeneo, non solo persone abituate a frequentare il teatro prima della guerra, ma anche chi voleva trascorrere momenti catartici ma rassicuranti. Era la prova di un vero e proprio appiattimento delle differenze culturali, individuali e ideologiche, come accadeva in Jugoslavia.

 Attualmente Vedran Fajković lavora proprio presso il Kamerni svolgendo ruoli d’amministrazione. Negli occhi della popolazione di Sarajevo emerge la voglia di guardare al futuro, scordare la fame e la morte che governavano la capitale bosniaca durante l’assedio. Nonostante ciò, però, la guerra non è ancora terminata, confessa Vedran.

Dalla forte e costante emigrazione, alla galoppante disoccupazione o ai problemi d’alcolismo o abitativi, la guerra non è mai finita. Sarajevo vuole andare avanti, dimenticare, è vero. Ma non si potrà mai voltare pagina fino a quando saranno presenti ancora profughi e villaggi totalmente inaccessibili. In alcuni luoghi sembra che la guerra sia finita ieri.

 Durante il conflitto la popolazione di Sarajevo scoprì l’importanza della cultura non già come mero fine ricreativo, ma come vera e propria arma di resistenza. Affrontare i cecchini per poter andare a teatro o a un concerto fu per i bosniaci un costante antidoto contro la paura. Per i serbi, invece, fu la sconfitta più grande. Proprio loro che tentarono in tutte le maniere di scalfire la psiche mentale delle popolazioni assediate tramite le pratiche di guerra maggiormente cruente, si trovarono incapaci di sconfiggere quella che apparentemente risultava essere un’arma innocua, ma che sul lungo periodo si scopri essere la più efficace e duratura: la cultura.

 

 

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