UN MOSTRO DI NOME ISA

Lo Stato dovrebbe smettere di offrire alla popolazione facili pretesti per odiare il fisco. Perché davanti ad un fisco detestabile, che se la prende con gli onesti (per giunta quando sono più deboli), allora poi finisce che la gente fa “fronte comune” contro il nemico.

La recente inchiesta di Milena Gabanelli nel suo Dataroom ha risollevato una questione che si ripropone ciclicamente. Come certi mostri mitologici, assume un nome sempre differente: questa volta indossa le vesti di ISA, acronimo per “indice sintetico di affidabilità”.

Avrebbe potuto chiamarsi “ennesimo strumento di tortura per partite IVA”: invece si chiama ISA. La differenza, purtroppo, è impercettibile.

Isa (che ha trionfalmente debuttato nell’ultima dichiarazione dei redditi) è un indice che viene attribuito ad ogni partita IVA da un algoritmo. L’algoritmo assegna al soggetto esaminato una sorta di pagella, che dovrebbe stabilire l’affidabilità fiscale del contribuente: se il voto è superiore a 8 si possono dormire sonni tranquilli; se invece è sotto a 6, come a scuola, si viene “rimandati”. In altre parole: meglio mettere su il caffè per il personale dell’agenzia delle entrate che verrà molto presto a farti visita.

Come viene calcolato questo punteggio è presto detto: l’algoritmo prende in considerazione, per ogni contribuente, le dichiarazioni dei redditi degli ultimi 8 anni e gli studi di settore degli ultimi 10. In base a questi dati stima una media, una tendenza, una sorta di presunzione giuridica: se il contribuente ha sempre dichiarato 100 si suppone sia ragionevole che continui a dichiarare 100. Se però la dichiarazione annuale risulta inferiore, ecco che scatta la presunzione di colpevolezza, con consueta inversione dell’onere della prova: starà al contribuente dimostrare (se ci riesce) la propria innocenza (e magari anche leggersi un testo di Kafka).

Come la letteratura in tema di studi di settore insegna ormai da troppi anni, le anomalie del sistema sono sostanzialmente due: si va ad aggravare la posizione di chi sta già male proprio nel momento di maggiore difficoltà; non si colpisce affatto chi ha sempre evaso.

Sotto il primo profilo, tra tutte le ragioni che potrebbero giustificare una dichiarazione “sotto media” (una difficoltà sul lavoro, la crisi del settore, l’incremento della concorrenza, anche solo una semplice maternità) lo Stato opta per la malafede. Con il prevedibile risultato che chi già si trova in difficoltà dovrà subire l’ulteriore aggravio di un accertamento fiscale (peraltro anche piuttosto umiliante, in un momento di crisi).

Per il secondo aspetto: è di tutta evidenza che chi ha sempre evaso avrà, proprio per questa ragione, una media falsata (dal momento che tale media non tiene ovviamente conto del “nero”). Dunque non solo sarà difficile per l’algoritmo individuare in questi casi una qualche anomalia, ma si verrà a costituire, per il contribuente evasore, un vero e proprio incentivo razionale a continuare ad evadere per non venire scoperto dall’algoritmo.

Siamo tutti consapevoli che l’evasione fiscale è il principale problema di questo Paese. Non uno dei principali: proprio il principale.

E’ esattamente per questa ragione, però, che lo Stato dovrebbe smettere di offrire alla popolazione facili pretesti per odiare il fisco. Perché davanti ad un fisco detestabile, che se la prende con gli onesti (per giunta quando sono più deboli), allora poi finisce che la gente fa “fronte comune” contro il nemico. Che prova più empatia con l’evasore che con l’esattore.

Finisce a tolleranza, gomitate e strizzatine d’occhio. E quando si strizzano gli occhi vincono sempre i più furbi: mai i più onesti.

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