Stipendi d’oro alle toghe, arretrati per un miliardo sulle spalle dello Stato

I giudici vincono il ricorso e si fanno riconoscere il 6,22% invece del 4,85%. Ora la Manovra deve trovare i soldi: fino a 16mila euro a testa.

Roma – Mentre gli italiani fanno i conti con il carovita e lo Stato chiede sacrifici, c’è una categoria che riesce a strappare aumenti a colpi di sentenze. Sono i magistrati, che dopo aver portato il governo davanti ai giudici amministrativi – altri magistrati – si sono visti dare ragione su tutta la linea. Il risultato è un conto salatissimo che rischia di sfiorare il miliardo di euro e che ricade, ancora una volta, sulle casse pubbliche già in affanno alla vigilia della prossima Legge di Bilancio.

Tutto nasce dal calcolo degli scatti stipendiali, quel meccanismo che ogni tre anni adegua le buste paga delle toghe agli aumenti medi ricevuti dagli altri dipendenti pubblici. Per il triennio 2018-2020, il decreto firmato da Palazzo Chigi nell’agosto 2021 – all’epoca del governo Draghi – aveva fissato l’aumento al 4,85%. Troppo poco, secondo l’Associazione nazionale magistrati, che ha fatto ricorso al Tar e poi al Consiglio di Stato. E ha vinto.

I giudici amministrativi hanno bocciato i conti dell’esecutivo su tre fronti: era stata esclusa una serie di indennità che invece andavano conteggiate, non si era tenuto conto di categorie con aumenti più alti come le Autorità indipendenti, ed era stata usata la media ponderata anziché quella semplice, un trucco matematico che aveva schiacciato l’adeguamento verso il basso appoggiandosi a comparti numerosi ma dagli stipendi leggeri, come scuola ed enti locali.

Rifatti i conti, l’Istat ha certificato che l’aumento giusto non è il 4,85% ma il 6,22%. Una differenza che, secondo le stime del governo, vale quasi 200 milioni di euro, pari a circa 16mila euro di arretrati per ogni magistrato. Con l’ordinanza numero 5140/2026, il Consiglio di Stato ha anche dato all’esecutivo tempo fino al 5 settembre per depositare una relazione su modalità e tempi con cui salderà il conto.

Ma il problema vero è l’effetto domino. Perché la stessa contestazione è già stata sollevata per il triennio 2021-2023 – dove il decreto prevedeva un aumento del 6,69% – ed è destinata a ripetersi anche per il 2024-2026. Ogni adeguamento gonfia la base di calcolo del successivo, e con l’inflazione impazzita tra il 2022 e il 2023 i numeri lievitano ancora. Sommando tutto, la catena può costare fino a un miliardo di euro. A cui va aggiunta l’incognita dei professori universitari, che hanno lo stesso meccanismo e, forti delle sentenze, hanno iniziato a chiedere anche loro la revisione.

C’è un dettaglio che fa discutere. Ai magistrati viene riconosciuta quella retroattività che nel 2015 la Corte costituzionale aveva invece negato agli altri dipendenti pubblici, quando dichiarò illegittimo il blocco dei contratti ma non fece restituire un solo euro degli arretrati agli insegnanti. Due pesi e due misure per chi, oggi, sfiora già i 154mila euro lordi l’anno di stipendio medio nella magistratura ordinaria.

Ora la palla passa al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che dovrà trovare i soldi in una manovra già ingolfata da altre grane, a partire dal Tfr a rate dei dipendenti pubblici che la stessa Consulta ha imposto di sbloccare. Il rischio è che, tra un ricorso vinto e l’altro, a pagare siano sempre gli stessi.