SHIBARI: NUOVI LEGAMI

Légami e légami bene! … perché legare è un’arte.

Ebbene sì, anche la pratica del “legare” ha una sua declinazione sessuale nel variegato mondo dell’erotismo.

Oggi, dunque, parleremo di…legami.

Non di legami sentimentali, bensì, molto più concretamente, di corpi nudi o seminudi legati con corde catene o similari nelle maniere più bizzarre e, talvolta, sospesi a mezz’aria. In prima battuta, il pensiero di molti potrebbe, molto poco poeticamente, ricorrere all’immagine di un salume in fase di stagionatura, tuttavia, come si può constatare da immagini fotografiche facilmente reperibili, la forma e la grazia del soggetto e la bravura dell’esecutore riescono a conferire al corpo una leggiadra eleganza degna di un’opera d’arte. Fatta di corde, di intrecci, di nodi e avvolgimenti, ma di arte si tratta, ed anche remota, di cui i Giapponesi sono maestri.. Ed eccoci introdotti all’antica pratica Shibari, parola che letteralmente significa proprio “legare”.

Per i Giapponesi l’uso delle corde e l’azione del “legare” hanno da sempre fatto parte della quotidianità. Fin dai tempi antichi, funi di canapa, iuta e bambù venivano utilizzate durante le rituali cerimonie religiose per simboleggiare un “legame” tra l’umano e il divino e per delimitare gli spazi sacri dei templi. Il kimono stesso, abito tradizionale del Sol Levante, non è chiuso con bottoni , ma “legato”, questa volta, con fasce di tessuto. Lo shibari era anche una forma di incarcerazione: i prigionieri venivano legati e immobilizzati grazie a un uso sapiente di corde, loro frizioni e ritorsioni, apprezzabile dal punto di vista estetico, che non lasciasse via di scampo al detenuto e che, al contempo, non gli causasse lesioni fisiche e danni mentali.

È evidente che il risultato dello shibari , legatura, è espressione di potere per chi lo effettua e di vulnerabilità per chi lo subisce. Kinbaku, legatura stretta, ne è la variante erotica, fatta di passione trasporto e profondità di rapporto tra l’elemento attivo e quello passivo. Bondage, lo chiamiamo noi in Occidente. Ma se quest’ultimo è solo una delle tante pratiche possibili in un rapporto erotico, il Kinbaku va oltre, è una vera e propria disciplina, un’arte che risponde a precise regole estetiche.  Chi lo pratica preferirebbe raccontare la passione, la pazienza e la premura che vengono impiegate da colui che tesse la tela intorno ai corpi dei modelli. A loro volta gli “imprigionati” scelgono di esserlo per provare quella sensazione di abbandono, di totale impotenza, di fuga impossibile, di estraneità dal mondo, raggiungibili attraverso l’insistente tormento delle corde strette intorno alle giunture che piano piano lascia spazio al piacere della sospensione.

In questa pratica, alla cui base sta l’estrema fiducia che la “vittima” nutre nei confronti del maestro dei nodi, c’è una corrispondenza di forti emozioni tra le due parti: colui che lega e tortura lo fa per il proprio piacere personale di vedere la sua opera prendere forma e, al tempo stesso, per dare piacere a chi si concede corpo e mente nelle sue mani.

Come ogni altra pratica erotica, il bondage/kinbaku può incontrare fautori e oppositori, può incuriosire o disgustare, ma la propria opinione non deve mai offendere chi si spinge oltre i limiti imposti dalla consuetudine alla ricerca di un’altra via del piacere.

E se vi fosse venuta voglia o curiosità di provare? Il consiglio sempre valido è trovare il partner giusto con cui condividere e apprezzare appieno questa nuova esperienza sulla ancor lunga strada del desiderio..

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