PALERMO – UN GIUDICE FUORI RUOLO CON DOPPIO STIPENDIO HA DETTO NO A MUSUMECI

Alla presidente Quiligotti viene contestato di avere dato torto a Musumeci e ragione al governo di Roma, per essere stata nel 2014 consulente della Regione Lazio presieduta da Nicola Zingaretti che oggi è il capo del secondo partito di governo. Ma la stessa presidente aveva prestato analoga consulenza a Roberto Calderoli, già ministro leghista alla semplificazione amministrativa dal 2004 al 2006.

Palermo – Anche a non essere giuristi, non v’era chi non avesse colto la carica – tutta e solo – provocatoria dell’ordinanza firmata dal presidente della Regione Sicilia Musumeci che dispone la chiusura degli hotspot e dei centri di accoglienza per migranti. Qui non ci interessa valutare nel merito il provvedimento, già oggetto di ogni analisi. Ma, semplicemente, rilevare, che nessuna regione – neanche quella dotata di autonomia di rango costituzionale e forte di ampie prerogative di potestà legislativa esclusiva nelle materie date, come la Sicilia – non può intervenire sulle ‘materie non date’ come in questo caso la sicurezza e le politiche dell’immigrazione. Né potrebbe superare la barriera critica del buon senso e della preparazione minima di uno studente di giurisprudenza l’affermazione che la materia in questione sarebbe la sanità.

Sbarchi e migranti come sempre.

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Non v’era quindi alcun dubbio che l’ordinanza non potesse essere applicata e che quindi nessun giudice, dinanzi all’istanza cautelare del governo centrale, potesse accogliere le ragioni di Musumeci: tutte politiche, e per niente amministrative, giuridiche o istituzionali. Tutt’altra cosa è la valenza del gesto – appunto politico – che il presidente della Regione Sicilia ha voluto compiere e che, dalle parti di Salvini e di Meloni e dei loro elettori (che i sondaggi ancora oggi stimano intorno al 40 per cento) avrà riscosso consenso. Se fin qui è tutto chiaro ed anche, persino comprensibile (se almeno si accetta il dato di realtà che nessun tema, neanche il più drammatico e sensibile, sfugge alla tentazione della ruspa populista di gettarlo in aria perché sprigioni tutta la polvere possibile) molto meno, o per nulla, si spiega l’attacco di Musumeci ai magistrati che hanno sospeso l’esecutività della sua ordinanza in attesa di pronunciarsi nel merito il prossimo 17 settembre. Sono i giudici della terza sezione del Tar di Palermo e, in particolare, il presidente, Maria Cristina Quiligotti.

Fuori ruolo ma con doppio stipendio.

A quest’ultima viene contestato di avere dato torto a Musumeci, e ragione al governo di Roma, per essere stata nel 2014 consulente della Regione Lazio presieduta da Nicola Zingaretti che oggi è il capo del secondo partito di governo: Musumeci dice ‘il primo’, ma sbaglia i conti o si basa sui sondaggi anziché sulla realtà parlamentare. Per l’esattezza Quiligotti ha fatto parte del ‘comitato tecnico per la legislazione’ della regione Lazio, intascando 40 mila euro per un semestre di collaborazione. Premesso che nessun giudice, neanche ubriaco, poteva decidere diversamente sull’ordinanza-boutade, la pesante accusa di Musumeci offre però il pretesto per qualche riflessione.

Nicola Zingaretti

Nel merito i giudici stessi, con le loro sigle sindacali, hanno già risposto, rilevando che proprio Quiligotti ha prestato analoga consulenza a Roberto Calderoli, ministro leghista alla semplificazione amministrativa dal 2004 al 2006 e alla riforme istituzionali dal 2008 al 2011. Quindi, se avesse fondamento l’argomento di Musumeci, perché la giudice avrebbe dovuto farsi condizionare dal partito di Zingaretti e non da quello di Salvini? Ma il presidente della Regione Sicilia, sia pure nella meno seria delle maniere e a nostro avviso senza neanche volerlo, ha posto un tema che va affrontato e risolto: l’attività dei magistrati e l’esclusività del loro servizio. Oggi oltre trecento di loro sono collocati ‘fuori ruolo’. E così è stato a suo tempo per la Quiligotti, come, in ogni momento, lo è per tanti altri.

Roberto Calderoli

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Ciò che si discute non è l’oggetto dell’incarico che può essere meritorio ed esercitato nell’interesse delle istituzioni. Ma la sua natura, che è fiduciaria e ciò inquina alla radice la necessaria indipendenza che deve caratterizzare ogni magistrato. Il quale, se esce dai ruoli – penali, civili, amministrativi o contabili – delle sue funzioni, giudicanti, inquirenti e/o requirenti, non dovrebbe mai più farvi ritorno. Infatti il magistrato che chiede di essere posto fuori ruolo va ad assumere un incarico al quale lo ha chiamato, con atto discrezionale e fiduciario, un soggetto che, per sè o per l’organismo di cui fa parte, esercita potestà politiche o burocratico-istituzionali, rappresentando comunque un potere. E quel giudice perde quindi la sua indipendenza dagli ‘altri poteri’.

Il Tar contro l’ordinanza di Musumeci.

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Ancora più grave poi è che la prestazione offerta dal magistrato fuori ruolo a chi lo ha chiamato è retribuita – spesso molto bene – con somme che si aggiungono al normale stipendio, anche se in questo caso l’attività ordinaria è sospesa. Come dire che a quei magistrati viene concesso di lasciare il lavoro primario per farne uno secondario e di essere pagato per entrambi. In queste dinamiche, il giudice che si colloca volentieri ‘fuori ruolo’ (spesso sgomitando e brigando in quella cloaca maleodorante di traffici cui, come ha svelato il sistema-Palamara, talvolta si è ridotto il Csm) ha tutti i motivi per essere infinitamente grato a chi lo ha chiamato.

Chi esce fuori dai ruoli non dovrebbe avere la possibilità di rientrare. A proposito di privilegi.

Ma se queste prestazioni straordinarie dei magistrati sono così utili e preziose per le istituzioni perché non deve esserci una selezione improntata a criteri oggettivi e procedure trasparenti, totalmente svincolate da ogni scelta fiduciaria e personale? Sarebbe inoltre necessario rendere irreversibile l’uscita dai ruoli e cancellare il doppio stipendio. Insomma, né Zingaretti, né Calderoli, devono potere scegliere un magistrato da far sedere nel proprio gabinetto, se egli vorrà poi tornare alla giurisdizione. Se l’opera dei ‘fuori ruolo’ è così importante, sia permanente. Senza porte girevoli.

 

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