LOTTA PER LA SUPREMAZIA DEL GUARANA’ IN AMAZZONIA

GLI INDIGENI E LE MULTINAZIONALI BRASILIANE SI CONTENDONO LA LIANA ADDOMESTICATA E TRASFORMATA IN SUCCULENTO ALBERO DA FRUTTO DALLE SOSTANZE ENERGIZZANTI.

Amazzonia (Brasile) – “Se non sei saggio il guaranà non ti può aiutare” dicono gli indigeni Sateré-Mawé ai bianchi bramosi di una sostanza energizzante per sopravvivere allo stress quotidiano. Una massima che racchiude la filosofia del “popolo figlio del guaranà”, che ha costruito, nei secoli, un rapporto viscerale con questa pianta rampicante, sempreverde, scientificamente denominata Paulina cupana e appartenente alle Sapindacee, varietà Sorbilis.

Cresce prevalentemente lungo i fiumi, nella foresta amazzonica, e ha l’aspetto di una grossa liana che può raggiungere i 13 metri di altezza, con foglioline lunghe dentate e piccoli fiori bianchi. Annoverato tra gli energy drink naturali, contiene il 4,5% di caffeina, ma anche sostanze puriniche quali adenina, guanina, xanina, ipoxanina, il 25% di sostanze tanniniche, e poi lipidi, oli e resine, che ne impediscono la completa dissoluzione in acqua. Proprio la presenza di tali componenti conferisce al guaranà un effetto diuretico, cardiotonico, dimagrante, antiossidante e, soprattutto, energizzante, nonché a lungo rilascio nell’organismo, tanto da essere adoperato dalle tribù indigene nelle fatiche e nei digiuni delle lunghe cacce.

In realtà questo frutto rosso e carnoso è uno dei simboli più eclatanti della lotta in Amazzonia tra indios, multinazionali e governo brasiliano, per la preservazione della biodiversità. I custodi del guaranà nativo (waranà in lingua tupi-guarani, che significa “punto di inizio di ogni conoscenza”), sono i Sateré-Mawé, una popolazione indigena che vive a 400 chilometri da Manaus, nella regione Andirà-Marau, al confine con lo stato del Parà, in un territorio di 8.000 chilometri quadrati che comprende un centinaio di villaggi.

Questa tribù è stata l’unica organizzazione indigena dell’Amazzonia a costruirsi un’autonomia politica ed economica, rappresentando un modello di riferimento per tutte le altre. Tutto ebbe inizio quando Obadias Batista Garcia, del popolo Sateré-Mawé, decise di dare un’organizzazione alla sua gente. Una volta sistemato il villaggio, bisognava fornirgli una fonte di sostentamento. Obadias, nel frattempo nominato coordinatore del “Consiglio generale del popolo Seteré-Mawé” (CGTSM) e poi segretario al “Coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana”, incontrò a metà degli anni 90 l’italiano Maurizio Fraboni, responsabile del movimento Laici dell’America Latina, con l’aiuto del quale riuscì ad attuare un progetto di valorizzazione del guaranà, facendo conoscere il prodotto attraverso il mercato equo e solidale, con i canali di Altromercato.

Oggi il guaranà originario dei Sateré-Mawé è tutelato da un presidio Slow Food che difende la tribù dalle pressioni delle multinazionali che puntano a riprodurlo con un’agricoltura di tipo industriale di larga scala. Contro simili pressioni si è schierata anche la leader indigena Egina Ma, in una conferenza stampa promossa su Radio Vaticana dal Cisde, la quale ha accusato una multinazionale di commercializzare addirittura un guaranà geneticamente modificato.

Attualmente sono due le multinazionali delle bibite che operano sul territorio brasiliano: AmBev, fondata nel 1999 da Carlo Alberto Sicupira, nata dalla fusione dell’azienda Companhia Antarctica Paulista e Brahma, e Coca-Cola Brasil, che vide la nascita del primo stabilimento nel 1942 a São Cristovão, nello stato di Sergipe.

AmBev, che vende, in tutto il Paese e non solo, una delle bevande gassate più popolari e consumate, il “Guaranà Antarctica”, ha come obiettivo il controllo del mercato del guaranà, e per raggiungere il suo scopo abbassa notevolmente i prezzi, marcando stretto i produttori locali, anche attraverso il Ministero dello sviluppo agricolo, affinchè coltivino un’unica varietà clonata della pianta.

Il colosso Coca-Cola Brasil, invece, è ormai presente in più del 90% delle aree produttive del guaranà nel territorio dell’Amazzonia, avendo messo in atto negoziazioni con i produttori dei 12 municipi ed avendo inoltre fondato società con ben nove cooperative. Si tratta di gigantesche aziende, che sono, inoltre, anche causa di rottura dell’equilibrio del mercato delle bibite prodotte dalle piccole e medie imprese brasiliane (come ad esempio il guaranà Mineiro), che si vedono schiacciate dalla concorrenza nella zona franca di Manaus.

Come stoccata finale, il presidente Jair Bolsonaro ha tolto agli indigeni la gestione dei confini dei loro territori, di cui era responsabile il Funai (Dipartimento degli Affari indigeni), per affidarla alle lobby dei proprietari agricoli. Una politica di agro business, di cui l’Unione Europea è uno dei partner commerciali, che mira a scacciare gli indigeni dalle zone amazzoniche che vuole rendere agricole, spazzando via la loro identità e le loro tradizioni secolari, tra cui la produzione del guaranà.

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