LA MANOVRA PASSA AL SENATO E LA POPOLARE DI BARI E’ SALVA

Si alla fiducia: 166 voti favorevoli, 128 contrari, 4 astenuti nel Movimento Cinquestelle e un voto apertamente ostile. Passa anche il decreto sulla Popolare di Bari.

Dopo un esame di più di 40 giorni in Commissione Bilancio, nella serata di ieri è arrivato il via libera del Senato a una delle manovre più discusse della storia recenteSi alla fiducia, con 166 voti favorevoli, 128 contrari, 4 astenuti nel Movimento Cinquestelle (Mininno, Di Nicola, Giarrusso e Ciampolillo) e un voto apertamente ostile (il solito, spietato Gianluigi Paragone, che si sta apparecchiando un personalissimo futuro altro), per una maggioranza ancora febbricitante, ma che, in un modo o nell’altro, è riuscita a “passare la nottata”.

Nel fine settimana era del resto stata disinnescata l’ultima incognita potenzialmente deflagrante per la maggioranza giallorossa: con un finanziamento per un importo complessivo massimo di 900 milioni per il 2020 è stata salvata la Banca Popolare di Bari. “Tuteleremo i risparmiatori e non concederemo nulla ai responsabili di quella situazione critica”, si era affrettato a precisare il premier Conte, quasi a voler mettere le mani avanti su un provvedimento necessario tanto quanto problematico dal punto di vista dell’immagine, per un Governo sostenuto da un partito che della battaglia contro i salvataggi delle banche aveva fatto una sua personalissima bandiera.

La scaramuccia non è stata delle più tenere, con i democratici a favore di un intervento (a ben vedere inevitabile), Renzi velenoso nel pretendere invano le scuse dei Cinquestelle per la crociata degli scorsi anni sulla vicenda di Banca Etruria e Di Maio tutto impegnato a tracciare distinguo tra questo salvataggio ed i salvataggi dei governi precedenti: come se esistessero interventi buoni e interventi cattivi davanti a un istituto di credito in aperta crisi. Alla fine ha prevalso il realismo, complice l’intervento del Sindaco di Bari, Antonio Decaro, renziano di ferro, ma determinatissimo nel pretendere che le schermaglie governative non ricadessero sul futuro del capoluogo pugliese: “Se non si approva il decreto sulla Popolare di Bari salta il tessuto economico della città”.

Il decreto è stato approvato, seppur con la foglia di fico della costituzione di una banca di investimento. Il concetto cambia poco: soldi pubblici per tenere in piedi una banca. Come sarebbe del tutto scontato in un Paese normale. Certo, anche le misure fisiologiche diventano poi difficili da spiegare al grande pubblico, dopo che per anni si sono condotte campagne populiste e incomprensibili dipingendo i salvataggi degli istituti in crisi non già come operazioni di sostegno ai piccoli risparmiatori (che – è del tutto evidente – perderebbero i loro risparmi in caso di fallimento della banca) ma come interventi in malafede, orchestrati da una politica cattiva, tutta tesa ad aiutare nottetempo poteri forti ed improbabili manager infedeli.

E’ stato il momento del realismo: quando si è trattato di votare si sono giustamente messe da parte tutte le più facili narrazioni populiste e si andati alla conta. Con buona pace delle “scatolette di tonno” e degli “uno vale uno”, funzionali in campagna elettorale, ma desolantemente insipidi quando si tratta di governare.

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