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H… DI HOMO

Di manifesta, con tutta evidenza, la radicale ambiguità dell’essere umano: la sapienza, certo, è stata ed è fonte di progresso indiscutibile in campo scientifico e di gioie profuse e preziose dal punto di vista umanistico; ma troppo spesso la si è coltivata e custodita gelosamente per imporre e salvaguardare la supremazia dei colti sugli incolti.

H è senza dubbio la lettera meno fortunata del nostro alfabeto: relegata ad assolvere mansioni ancillari (gutturalizzazione, all’occorrenza, di “c” e “g”) o addirittura surrogabili se non superflue, per quanto etimologicamente ineccepibili (ho, hai, ha, hanno), è del tutto accantonata come iniziale di parola, così da rendere impossibile, a rigore, il rispetto del criterio cui si attiene questa rubrica.

Poiché, dunque, non posso (per coerenza) e non voglio (per insofferenza verso la rapida, innecessaria e micidiale sostituzione di vocaboli stranieri a parole italiane inviate all’oblio come anticamera della sparizione) ripiegare su di un termine tedesco o inglese, oppure prenderlo a prestito da lingue neo-latine come il francese o lo spagnolo – che hanno concesso all’iniziale “H” più generosa ospitalità – mi sia consentito di scegliere, con un ragionevole compromesso, una parola latina, appunto, e di compensare con la sua importanza la troppo ingiusta assenza della “H” iniziale nella nostra lingua.

Homo: inutile avvertire che la temerarietà implicita in una tale scelta piò giustificarsi solo con l’impegno di non provare neppure a sfiorare la mole pressoché infinita di riflessioni che questa parola ha suscitato e suscita in coloro che ne sono designati: spunto per improvvisate inezie, piuttosto.

“Homo sapiens” (e, se siamo in vena di abbondare, “sapiens sapiens”): così ci autodefiniamo, con impudente e facile presunzione, proclamandoci (per contrasto con più remoti antenati, e, a maggior ragione, con gli altri esseri viventi) dotati della virtù peculiare della sapientia, nella duplice accezione di sapienza e di saggezza.

E subito si manifesta, con tutta evidenza, la radicale ambiguità dell’essere umano: la sapienza, certo, è stata ed è fonte di progresso indiscutibile in campo scientifico e di gioie profuse e preziose dal punto di vista umanistico; ma troppo spesso la si è coltivata e custodita gelosamente per imporre e salvaguardare la supremazia dei colti sugli incolti, dei pochi detentori del sapere sulla folla degli ignoranti, accuratamente mantenuti tali.

Quanto alla saggezza, ne esistono tante interpretazioni quanti sono gli esseri umani: tendervi con disinteressata fatica è certo nobile occupazione, purché si sia consapevoli che essa rimane un orizzonte mutevole e irraggiungibile. I guai cominciano quando qualcuno crede di possederla come una verità assoluta, incontestabile, tanto da pretendere d’imporla agli altri anche con la forza: il fanatismo trabocca di allettamenti, e l’homo difficilmente riesce a resistervi.

Il carattere ambiguo dell’essere umano oscilla tra il “homo homini lupus” (che transita da Plauto a Hobbes colorandosi del più crudo e doloroso pessimismo) al terenziano “homo sum: humani nihil a me alienum puto”, che, escludendo dal paesaggio umano ogni altro essere vivente – sia pure in chiave metaforica – auspica un modello nobile di convivenza, aperta senza riserve alle esperienze, alle gioie, ai dolori, ai desideri altrui, in uno spirito di totale accettazione dei propri simili, di continuo, sollecito rispecchiamento in ciascuno di loro.

E il logos, il pensiero/parola che viene vantato come il tratto più specifico e distintivo della nostra specie, non sta forse in precario equilibrio tra lo strumento di elaborazione e di trasmissione dei concetti in ambito sociale (vincolo, dunque, di riconoscimento reciproco, di comprensione, di solidarietà), e la prigione in cui siamo chiusi senza scampo, monadi prive di finestre, impossibilitati a comunicare proprio per la contraffazione dei sentimenti ad opera delle parole, sbiadite per pigrizia, o insidiosamente simulatrici e dissimulatrici dei nostri intenti?

Canna pensante, animale che piange e che ride, debitore della propria sopravvivenza alla capacità di opporre il pollice alle altre dita, che rimpiange Eden perduti in cui spera di essere riaccolto, cui non basta una sola vita, senza peraltro escludere più di un timore nella prospettiva di un aldilà.

Insomma, povero Homo sapiens sapiens, sai veramente poco di te e del resto; sei felice, ma non come e quanto vorresti; conosci troppo bene il dolore, cui suggerisci invano saggezza e tranquillità, e la noia, dall’occhio velato da un pianto involontario. Sei fiero di spingere telescopi e sonde sempre un poco più lontano dal minuscolo pianeta che abiti, affascinato e atterrito dall’immensità degli spazi che ti ripetono silenziosi la tua solitudine. Non ti sei mai stancato di costruire scrivere dipingere comporre mirabili edifici poesie romanzi quadri musiche, che pure sai perituri, a più o meno breve scadenza.

Ma ecco, forse, è proprio la forza inesauribile con cui non solo sopporti, ma trasfiguri in nobiltà e bellezza la tua fragilità, il tuo smarrimento, a renderti degno – estrema contraddizione – del replicato epiteto che ti attribuisci.

m.r.

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