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La classe operaia americana è arrivata (quasi) in paradiso

Dopo Ford cede anche Stellantis, lo sciopero delle tute blu del comparto auto Usa si avvia a centrare i suoi obbiettivi: aumenti di stipendio e diritti.

Washington C’è stato un tempo neanche troppo lontano in cui i sindacati italiani, e quelli europei, si permettevano di guardare dall’alto in basso quelli americani, ridotti quasi all’irrilevanza in un Paese piegato alla logica del profitto. Non è più così. Intendiamoci, i profitti restano il core business del primo sistema capitalistico al mondo, ma questa volta gli operai, dopo anni di vacche magre durante i quali sono stati chiamati a stringere la cinghia per risollevare il comparto, hanno preteso che fosse loro destinato una fetta degli utili miliardari finiti in pancia alle major dell’auto nell’ultimo decennio.

Hanno chiesto la luna le tute blu – aumenti record, più ferie retribuite, maggiore sicurezza pensionistica e più diritti e rispetto sul lavoro” – e ora sono ad un passo dal toccarla. Dopo Ford ha siglato un’intesa anche il gruppo Stellantis e ora il sindacato di categoria, lo Uaw, ha le mani libere per aumentare la pressione su General Motors, l’unica casa automobilistica di Detroit ancora indisponibile ad un accordo, Lo storico sciopero delle tute blu americane contro tutte e tre le case automobilistiche era cominciato il 15 settembre, dopo la scadenza dei contratti con le aziende. All’apice della mobilitazione circa 46.000 lavoratori avevano incrociato le braccia contemporaneamente, più o meno un terzo dei 146.000 iscritti al sindacato presso le tre aziende di Detroit.

Il presidente Biden ai picchetti in solidarietà con i lavoratori in lotta

Una rivendicazione quella dei lavoratori dell’auto che ha fatto breccia nel cuore dell’America, promossa sulla base di una piattaforma rivendicativa chiara (a più profitti devono equivalere più stipendi e diritti) e portato avanti con una strategia innovativa, tramite scioperi mirati a colpire di volta in volta singoli reparti di produzione, chiamando al sacrificio a rotazione soltanto una parte dei lavoratori. Nemmeno la politica ha potuto chiamarsi fuori. Il presidente Joe Biden, che si era fatto fotografare ai cancelli delle fabbriche insieme ai lavoratori in lotta, oggi saluta con soddisfazione le intese raggiunte: “Questo contratto – ha sottolineato il presidente in una nota – è una testimonianza del potere dei sindacati e della contrattazione collettiva per creare posti di lavoro solidi per la classe media e aiutare le nostre aziende americane più rappresentative a prosperare”.

L’accordo Stellantis, che deve ancora essere ratificato dagli iscritti, rispecchia quello raggiunto all’inizio della settimana con la Ford. Prevede aumenti salariali generali del 25% nei prossimi 4 anni e mezzo per i lavoratori degli stabilimenti di assemblaggio più importanti, con l’11% una volta ratificato l’accordo. I lavoratori otterranno anche un adeguamento al costo della vita, che porterà gli aumenti a un 33% composto, con un guadagno di oltre 42 dollari l’ora per gli operai degli stabilimenti di assemblaggio più importanti contro i circa 31 dollari l’ora che Stellantis paga attualmente ai lavoratori di alto livello.

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