Casa Bianca e Tute blu

Lo storico sciopero nel settore delle auto irrompe nella campagna elettorale Usa: Biden e Trump a caccia dei voti operai che quattro anni fa spostarono gli equilibri negli Stati in bilico.

Roma – Nel giorno in cui lo sciopero dei colletti blu d’America si allarga a macchia d’olio, coinvolgendo 20 Stati dell’Unione e 38 stabilimenti, e il potente sindacato dei lavoratori dell’auto (United Automobile Workers) alza la posta nel braccio di ferro in atto con le “big three” dell’industria (Ford, General Motors e Stellantis), Joe Biden ribalta l’agenda degli impegni presidenziali e vola in Michigan per incontrare i lavoratori in lotta. Sarà il primo presidente a stelle e strisce a presentarsi ad un picchetto operaio di fronte ad una fabbrica.

A rivoluzionare i piani del presidente potrebbe aver influito la notizia della programmata visita di Donald Trump, probabile competitor nella corsa presidenziale dell’anno prossimo, atteso sempre in Michigan per domani. Un gioco a rimpiattino tra i due candidati che segnala come la questione operaia sia tornata al centro del dibattito politico statunitense, dopo decenni di irrilevanza duranti i quali le tute blu hanno assistito ad un progressivo impoverimento del loro status, sia in termini salariali che di diritti.

Il ritrovato orgoglio sindacale ha un nome e un cognome, quello di Shawn Fain, combattivo neopresidente della UAW, l’uomo che ha battuto i pugni sul tavolo delle trattative con le big dell’auto Usa presentando un pacchetto di rivendicazioni radicali: recupero dei benefici a cui i lavoratori hanno dovuto rinunciare nel tempo, aumento salariale orario del 46 per cento in quattro anni, settimana lavorativa più breve, di 32 ore, con 40 ore di paga, più ferie retribuite e maggiori coperture assistenziali.

Si allarga a macchia d’olio lo sciopero nel comparto auto Usa

In un paese scarsamente sindacalizzato come l’America il riaccendersi della lotta nelle fabbriche ha colto di sorpresa molti osservatori, ancora più stupiti dal sostanziale appoggio alle rivendicazioni operaie espresso nei sondaggi dalla maggioranza dei cittadini. Fain ha saputo toccare le corde giuste, accompagnando le richieste alla denuncia dei miliardari profitti accumulati negli ultimi anni dalle case automobilistiche, a fronte di una sostanziale stagnazione degli stipendi dei dipendenti, non però quelli degli amministratori delegati lievitati a cifre esorbitanti.

Ma se la classe operaia americana andrà o meno in paradiso non sarà soltanto per la compattezza fino ad oggi dimostrata nell’adesione allo sciopero, o per il timore delle aziende di veder rallentare il ritmo di produzione delle catene di montaggio. Non solo. La ritrovata centralità dei colletti blu passa anche da un cinico calcolo politico che nei quartier generali di Biden e Trump conoscono a memoria.

Il Michigan, cuore produttivo dell’industria automobilistica del Mid-West

In Michigan – cuore produttivo dell’industria automobilistica del Mid-West  nel 2020 Biden vinse di un soffio con il 50,6%. In Pennsylvania, quattro anni prima, parte della base del sindacato – storico bastione dei democratici – voltò loro le spalle a favore di Trump. Tra i 20 Stati coinvolti nello sciopero, ben sei stanno in quella fetta di America che nel 2016 consegnò le chiavi della Casa Bianca al tycoon: oltre al Michigan e la Pennsylvania, anche il voto in Wisconsin, Nord Carolina, Nevada e Georgia potrebbe risultare decisivo per decidere il nuovo presidente.

Biden e Trump lo sanno, ma ne è consapevole anche il leader della UAW, che ha già fatto sapere di non volersi accontentare di vaghe promesse. I 400mila iscritti al sindacato pesano come macigni sulla corsa presidenziale. I lavoratori Usa forse non andranno in paradiso ma sembrano essersi lasciati alle spalle l’inferno.

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