In aula gli ultimi istanti di vita di Pamela Genini: Soncin resta di ghiaccio

La 28enne fu uccisa con 76 coltellate il 14 ottobre 2025 nel suo appartamento. E intanto resta il mistero della testa sparita dal cimitero.

Milano – Ci sono immagini che nessun aula di tribunale dovrebbe essere costretta a guardare, eppure oggi, davanti alla Corte d’Assise di Milano, quelle immagini sono scorse su un maxi schermo, gelide e crudeli. Nella seconda udienza del processo per il femminicidio di Pamela Genini, la ragazza di 28 anni uccisa con 76 coltellate il 14 ottobre 2025 nel suo appartamento di via Iglesias, sono stati proiettati i filmati registrati dalle body cam dei poliziotti intervenuti quella notte. Gli ultimi istanti di vita della giovane, ripresi secondo per secondo. E mentre in aula il dolore diventava insopportabile, Gianluca Soncin, l’ex compagno 53enne che rischia l’ergastolo, restava seduto in prima fila, impassibile.

A ricostruire quella notte è stata la dirigente della polizia di Stato Serafina Di Vuolo, prima a intervenire in via Iglesias. Le sue parole hanno raggelato l’aula: “Quando noi stavamo entrando in casa, Soncin ci sbatteva la porta in faccia mentre Pamela moriva”. La telecamera non ha ripreso soltanto il corpo della ragazza in una pozza di sangue e l’uomo con il coltello ancora in mano, ma anche i suoi ultimi respiri, spentisi pochi istanti dopo l’ingresso degli agenti.

La sequenza di quella sera è drammatica. Pamela si era accorta che l’ex era arrivato e stava infilando nella toppa una copia delle chiavi, procurata di nascosto. Al telefono con l’amico Francesco Dolci, la ragazza aveva scritto messaggi disperati: “Ho paura, è entrato con copia chiavi, non so che fare, chiama la polizia”.

Fu Dolci a comporre il 112. Alle 21.59 Pamela era ancora viva: rispose al citofono agli agenti con una frase in codice, “Glovo, secondo piano”, quello che la funzionaria ha definito “un chiaro segnale di pericolo di vita”. Pochi minuti dopo i poliziotti sfondavano il portone e salivano di corsa tra le urla, ma un chiavistello li bloccò sulla soglia. Un ultimo calcio spalancò la porta: troppo tardi.

In aula è stata letta anche una mail che Soncin aveva inviato alla vittima nel dicembre 2024, mesi prima del delitto. Parole che oggi suonano come una condanna: “Anche tu sei manesca ma io le prendo, perché quando c’è amore una sberla non cambia niente.

Sul processo pesa anche un’altra vicenda agghiacciante: la profanazione della tomba di Pamela e la sottrazione della testa della ragazza dal cimitero, mai ritrovata. Unico indagato per il vilipendio del feretro è proprio Francesco Dolci, l’amico che quella sera diede l’allarme. Nei giorni scorsi ha cambiato difensore, affidandosi all’avvocato Pierpaolo Cassarà, che per smontare l’accusa promette una vera “task force” di esperti della scena del crimine.

Soncin dovrà rispondere di omicidio volontario pluriaggravato dalla premeditazione, dai futili motivi, dalla crudeltà e dal legame affettivo interrotto. L’inchiesta è coordinata dalle pm Alessia Menegazzo e Letizia Mannella, davanti alla Corte d’Assise presieduta da Antonella Bertoja. Il processo continua, ma quelle immagini proiettate oggi resteranno impresse per sempre negli occhi di chi le ha viste.